Blog di resistenza all'incedere del brutto


Per me la bellezza è Kurt Cobain che sfascia una Fender, è Mila Kunis che infila la lingua in gola a Natalie Portman, è una domenica mattina dannatamente post-alcolica. Cannibal Kid

Bellezza è un'umanità creata dallo scandito rincorrersi degli opposti, senza ripensamenti. La mia bellezza è libertà. Saharajoyce


continua...

martedì 28 giugno 2011

forse poco bello, ma molto intenso

il mio post di oggi è una reissue, vale a dire che ripubblico una cosa che avevo già pubblicato nel mio blog più di due anni fa. ai miei eventuali detrattori, che troveranno in questa manovra un facile appiglio per dimostrare che in questo periodo non ho niente da dire, risponderò in separata sede, ma non adesso, perché in questo periodo non ho niente da dire.

no, poi va anche detto che ieri sera stavo provando a strimpellare la canzone in questione e mi si è rotta la voce in più punti. e anche in più pezzi. mi si son rotte anche le acque, giù dagli occhi, ma questo lo sottacerò, perché in questo periodo etc. etc.

vabè: sipario.



oggi faccio un'eccezione e parlo del testo di una canzone. di solito il testo è la parte della canzone che meglio mi sfugge: la musica cattura tutta la mia attenzione. se è cantata in una lingua straniera, meglio, perché così afferro di meno il senso delle parole. e poi va detto che molte canzoni rock hanno un testo che sta lì solo per permettere al cantante di emettere dei suoni. ma in questo caso analizzare il testo mi serve per dimostrare la cura estrema che mettono i radiohead nel proporre al pubblico i frutti del loro ingegno.

parliamo di exit music (for a film), da quell'assoluto capolavoro che è ok computer (i dissenzienti verranno decapitati a parte). la canzone parla inequivocabilmente del suicidio di una coppia adolescente. malignando, si potrebbe pensare che il creep dell'album precedente abbia trovato la sua anima gemella e che insieme soccombano sotto il peso della loro sfiga, ma queste sono illazioni di bassa lega, roba da presidenti del consiglio.

ciononostante, il timore che, finito il pezzo, yorke e la sua ragazza si buttino sui binari della metropolitana assale l'ascoltatore come un incombente senso di colpa. yorke è credibile, perché ha scelto le parole giuste:

wake from your sleep
the drying of your tears
today we escape, we escape

tre versi, e il dramma è già compiuto: la notte passata insieme, ma in maniera tormentata. evidentemente qualcosa lacera le coscienze dei due, un dolore intollerabile che lascia un'unica via di uscita, ed è agghiacciante la risolutezza espressa con la semplicità dell'annuncio: oggi noi due scappiamo da tutto questo.

pack and get dressed
before your father hears us
before all hell breaks loose

bisogna fare presto, in silenzio e in segreto. non tanto perché la presenza di estranei potrebbe impedire la concretizzazione del loro intento, ma perché c'è un rito da compiere, qualcosa di comprensibile solo per i pochi iniziati.

breathe, keep breathing
don't lose your nerve
breathe, keep breathing
i can't do this alone

come dire: questa cosa ha senso solo se fatta insieme. ci vogliono solo quattro parole per esprimere il senso estremo della complicità: un essere banale affermerebbe senza di te non posso vivere.

sing us a song
a song to keep us warm
there's such a chill, such a chill

tutti i momenti solenni hanno una colonna sonora. o no?

you can laugh
a spineless laugh
we hope that your rules and wisdom choke you

facile intuire chi siano i voi a cui ci si rivolge: arrivati a quel punto di solitaria complicità, voi è tutto quello che non è noi, e contemporaneamente è ciò che ci impedisce di essere noi in maniera compiuta - le motivazioni di ciò sono ininfluenti: noi siamo nel giusto a prescindere, e siccome ci impedite di dare corpo ai nostri desideri, abbandoniamo il gioco. strozzatevi, con la vostra risata, la vostre regole e il vostro buonsenso.

now we are one
in everlasting peace
we hope that you choke, that you choke

è fatta, tutto è compiuto. noi, nel passaggio da uno stato all'altro dell'esistenza, abbiamo raggiunto uno stato superiore di consapevolezza. voi siete rimasti quelli che eravate, e altro non meritate che il vostro buonsenso vi vada di traverso.

passano i titoli di coda, e si passa alla traccia 5. un trafiletto in cronaca racconterà solo la fine disgraziata di due giovani, starà ad altri il porsi domande, seppure con colpevole ritardo.

lunedì 27 giugno 2011

Come ho iniziato ad ascoltare musica e altre storie stupide

Partecipa anche tu al giochino più cool del momento: raccontaci come e perché hai iniziato ad ascoltare musica! Ecco la mia autobiografia in musica che prosegue idealmente quelle di Minerva Jones, Lucien e Indie Rocker e magari quelle di altra gente, ma non è che adesso posso stare a citare tutto il mondo...

Questa è la mia storia con la musica ed è una storia che parte da lontano. Non così lontano. Non da Elvis o dai Beatles. Non sono così vecchio, cazzo. La mia storia parte da Cristina D’Avena. Perché la storia del mio rapporto con la musica è piena di momenti imbarazzanti e non so se ciò sia dovuto al periodo storico in cui sono nato e cresciuto (quello a cavallo tra gli 80s e i 90s che qualcuno potrà considerare terribile), o se ciò è dovuto ai miei discutibili gusti (cosa probabile) o al fatto che qualcun altro raccontando la sua storia personale preferisce citare solo tutti i gruppi giusti, omettendo volutamente i dischi della vergogna (bravi furbastri!). Io che ormai la dignità l’ho persa da molto tempo ho però preferito riportare tutto, senza censure.

La copertina me la ricordavo un filino diversa...
Il primo step come anticipato è stato con le sigle dei cartoni animati di Cristina D’Avena, come penso in molti altri della mia generazione (ma anche di quelle precedenti e pure successive, visto che Cristina D’Avena è ETERNA) e la prima musicassetta che i miei genitori mi hanno appioppato è stata un qualche volume di Fivelandia. Siete nati con l’iPod e non sapete cosa diavolo sia una musicassetta? Come fare a spiegarvelo? È quell’oggetto strano con un nastro avvolto intorno che si sfilacciava sempre e quando la suonavi sul registratore sentivi il rumore fastidioso del nastro che girava e la qualità era davvero rudimentale e sì, insomma, è quell’oggetto che sembra un VHS, solo più piccolo. Ah già che non saprete nemmeno cos’è, un VHS. Vabbè, googlatevi allora la parola “musicassetta” e capirete senza farmi perdere ulteriore tempo.

Il primo impatto con la musica non fanciullesca è però avvenuto solo successivamente, nel periodo 1995/96, quando facevo terza media. Fino ad allora non mi ero mai interessato molto a band e artisti, ma è in quel periodo che per me tutto è iniziato. Ho cominciato ad appassionarmi alla musica con Radio Deejay e con Mtv. Sì, è vero, e non me ne vergogno affatto. Allora Mtv era ancora Mtv Europe e andava in onda se non ricordo male su Tele+ 3 e poi venne la prima Mtv Italia con Andrea Pezzi ed era una figata pure quella e c’erano anche Videomusic poi diventata TMC2 poi diventata Viva poi diventata qualcosa d’altro. Non me ne vergogno perché sono contento di essere cresciuto dando attenzione a tutti i generi musicali, dall’alternative rock al brit-pop, dal pop commerciale all’hip-hop fino alla musica elettronica, un aspetto magari scemo magari folle che ho comunque mantenuto nel corso degli anni e che mi ha portato a considerare Daft Punk o Chemical Brothers molto più rock di AC/DC o Deep Purple (sbadiglio in automatico al solo menzionarli). Per dire.

La prima musicassetta (e sì, c’erano ancora quelle e costavano meno dei CD) che ho comprato volontariamente è stata “(What’s the Story) Morning Glory” degli Oasis. Allora stavo proprio in fissa con il brit-pop e con il post-grunge. La fase grunge vera e propria invece me la sono persa. Quando ho iniziato ad ascoltare musica Kurt Cobain era morto da poco e per me è sempre stata una presenza mitologica, un mistero ancora inspiegato. Kurt era l’esatto opposto dei tanti idioti in giro oggi. Lui aveva talento, genio vero, ma non poteva reggere tutto il successo che questo gli aveva portato nella sua vita. Adesso vogliono tutti diventare famosi senza essere capaci di fare niente. È l’esaltazione della medietà, della reality-fama, di una ricerca che io non ho mai compreso. Forse è per questo che la fuga di Kurt da tutto questo, per quanto tragica ed estrema, mi è sempre sembrata affascinante e poi non così priva di senso. La ricerca del successo a tutti i costi, quella sì mi sembra assurda.

Sono cresciuto con quest’ombra, questo fantasma di un periodo che non sono riuscito a vivere “live” per pochissimo. La mia adolescenza si è quindi inserita fondamentalmente dentro il periodo post-grunge da male di vivere capitanato dagli Smashing Pumpkins, cui è seguito l’arrivo, come un vero Avvento, di quel botto di “Ok Computer” dei Radiohead. Però ascoltavo davvero di tutto, il rap di 2Pac e Fugees e Coolio con “Gangsta’s Paradise” (il mio pezzo preferito da ragazzino), ma anche la dance tamarra di Gigi D’Agostino e del Deejay Time con Albertino e il trash pop di Spice Girls, Robbie Williams e Britney Spears. Lo so, ho ormai perso anche l’ultima ombra di dignità rimastami addosso.

La tappa successiva nella mia crescita musicale è stata segnata da Napster. Se ho acquistato il mio primo (ok) computer non è stato perché mi interessavo di informatica, o di videogame, o di porno (beh, magari quello un pochino), ma proprio per partecipare a quella rivoluzione musicale. Napster è stato il nostro ’68, il nostro modo di mandare affanculo il sistema, le casi discografiche, persino quell’Mtv con cui siamo cresciuti, e sceglierci da soli la musica che volevamo sentire, senza filtri o senza che qualcuno dall’alto ce lo imponesse.
Napster ha sicuramente cambiato la mia vita, non so se in bene o in peggio, e anche i miei gusti musicali. Da lì in poi nell’ultimo decennio mi sono spostato sempre di più verso l’elettronica, l’hip-hop e verso quei gruppi indie e sconosciuti che prima era un’impresa procurarsi nel negozietto di dischi locali (visto che spesso in Italia non venivano nemmeno distribuiti) e tutta la musica del mondo è diventata finalmente a portata di click. Una vera goduria soprattutto per chi come me si annoia a sentire sempre lo stesso artista e lo stesso gruppo e lo stesso disco e lo stesso genere e le stesse canzoni mandate a memoria e vuole invece ascoltare cosa?
TUTTO

giovedì 23 giugno 2011

tracce


Le sembro morta? Mi vede? Son qui protesa verso la sua mano. La avvicini. Mi tocchi. Segua le strisce ruvide, intense, sovrapposte, le accarezzi. Ora passi su arancione e rosso, mi sente? Mi muovo all'interno della tela, attraverso le sue dita appoggiate lievi, ora spinga più forte, venga, entri, non abbia paura, non si agiti, la tengo io. Le spiegherò. Si schiarirà, la materia oscura che non interagisce solitamente con l'universo esterno, si rispecchia nella forma comune in un'armonia cosmica e si fa percepibile solo in virtù di grandi doti di sensibilità e astrattismo lirico. È comparsa nella penombra della sala. Propensa e trasparente. Molti son sfilati. Freddi, distanti, netti, necessari. Lei invece è informale, soffusa, emotiva, plastica, superflua. L'ho avvertita subito. Lei sa ascoltare, lei è capace di stimolare e trasmettere. Parte alla scoperta degli spazi immensi, si inarca splendida aderendo alla straniata deformazione prospettica. Si avventura in strada tra scorci inesistenti e impossibili linee e piani in una fantastica notte in città, mi perdo, urla, e nell'atmosfera sospesa si eclissa dietro una parete mozza, mentre intorno si elevano grattacieli infiniti sviluppandosi in angolatura curvilinea da grandangolo. Potremo tornarci quando vogliamo: è il nostro deserto, la visione contrastante e fulgida, la sorpresa della luce e del colore, l'identità e la forza della natura che prende il sopravvento e riempie, trasformandosi in paesaggio antropomorfo fatto di ghirlande di curve e anfratti caldi di grande sensualità. Aboliamo i formalismi, m'invita. Ha tratto nuovi spunti, gioca con l'esterno, spruzzando particolari e raccogliendo reperti e impressioni. I ruoli si sono invertiti, e questo sembra divertirla molto. Impossibile non notarlo. Riesce a dipingere e a scatenare nuove emozioni. La nostra intesa è naturale e scolpita come nella rossa argilla. La nostra visita è diventata soggiorno dislocato indistinto stemperato instabile… il tu mi rapisci una preziosa opera dissoluta incastonata nel nulla ma dall'impronta indelebile.

in alto Georgia O'Keeffe, Music-Pink and Blue II, detail, 1919. Oil on canvas.
Whitney Museum of American Art, New York


martedì 21 giugno 2011

Amando s'impara

Tutti ci innamoriamo. Tutti quanti noi cadiamo nella trappola. Tutti ci perdiamo nell'oblìo. Tutti soffriamo e godiamo per amore. E come viviamo queste situazioni? C'è chi si tiene tutto dentro (tipo io che devo "carburare" prima di proferire parola) e chi esterna (come me in questo periodo) magari usando lo scritto. Cerco di farmi capire. A volte a voce tante cose non le dici mentre scrivendo ti vengono fuori facilmente. Mi hanno detto che questi pensieri sono belli e allora ho deciso di condividerli anche qui.


Un uragano mi sta travolgendo,
un maremoto che vorrei riversare sù di te.
Ho imparato che l’amore è diversità,
non solo condivisione.
L’amore è anche “mi piace”
ma solo in minima parte.
Vorrei fulminarti, calpestarti,
schiacciarti, umiliarti.
Vorrei elevarti al grado dell’ennesima potenza,
vorrei che tu fossi infinita.
L’amore è una guerra calda,
la gelosia è il fioretto.
Sono come un malato,
uno di quei pazzi pazzi per davvero
perchè in fondo quella che provo
è solo pura follia.
Sono sempre stato un sognatore
ma ora ho realizzato che esiste
chi sogna più di me,
chi osa più di me.
Esisti tu.
Ti farei a brandelli amore,
sputando ogni parte
salvo poi rimasticarla.
Sei una fiamma che mi riscalda,
mi brucia sopra
logorando ciò che sta dentro.

lunedì 20 giugno 2011

Prospettive 'altre' nella percezione della vita

Scrivo spesso del modo in cui il nostro soggettivo punto di vista, le nostre esperienze, il nostro specifico passato, ci portino a valutare un determinato oggetto/evento in un modo piuttosto che un altro. Ovvero, detto in termini fenomenologici, dell'oggetto/evento non potremmo mai cogliere l'essenza - e quindi nel nostro caso non esisterebbe qualcosa di 'bello' in sé - ma potremmo soltanto discutere del modo in cui lo percepiamo.
Premesso ciò, io ho spesso cercato sguardi 'altri' rispetto a quelli ricorrenti nelle diverse comunità umane proprio perché sono attratta dalla diversità in cui si esprime l'essere umano sul pianeta. La diversità poteva essere di ordine culturale oppure poteva esistere anche all'interno di una stessa comunità nel caso di individui che in qualche modo fossero 'diversi' - e mi riallaccio qui al post di Alberto della settimana scorsa.

Ma anche non riferendosi a disabilità permanenti - sulle quali appunto da quel post abbiamo imparato una bella lezione - le medesime malattie croniche e in vario modo invalidanti, specie quando ti mettono una sorta di potenziale 'data di scadenza' ravvicinata al corpo e alla vita, ti cambiano molta della tua percezione dell'esterno. E ti rendono tutto dannatamente intenso, felice e appassionante. Te lo rendono 'denso' di una bellezza assoluta. Perché ammantata di bellezza è la relazione che vivi da quel momento in poi con la vita stessa, e con qualsiasi componente ne faccia parte - nel bene e nel male.
In rete ho trovato nel tempo due amici che oggi derubo parzialmente di due loro post - sperando non ne abbiano a male - perché parole migliori non avrei saputo trovare per esprimere qualcosa che provo quotidianamente anche io. Sono parole che mi devastano emotivamente ogni volta che le leggo, ma è una buona devastazione. Spero sarà così anche per voi. Buona lettura, e buona vita!


Io ridevo, di Gio

Me ne stavo li nel mio letto d'ospedale: 42 chili, sudato, con il dolore di ogni giorno messo in ombra da quello violento del ricovero.
Ero uno scheletrino, e sfiguravo perfino a cospetto degli anziani che erano in stanza con me.
Me la passavo piuttosto male: tre drenaggi affondati dentro, senza più forze, provato da un'esperienza davvero difficile.
Chiuso in un ospedale malandato, era un luglio infuocato, dentro mi agitava il terrore di prendermi un'infezione cattiva, come quella che mi aveva quasi ucciso da bambino.
Non riuscivo neppure ad ascoltare la musica, era terribile la pressione del mio cervello sulle pareti del cranio, nè potevo girarmi sul fianco, e la mia schiena era sfondata da un materasso scomodo, e la canottiera sempre bagnata di sudore, e la mia pelle si faceva trasparente e pallida.

E io ridevo.

Ridevo perchè pensavo a tutte le donne cui avrei fatto una corte sfrenata, ed erano già tutte bellissime, e perfino i loro due di picche erano meravigliosi.
E con l'immaginazione ero di nuovo in Piazza Duomo, a Milano, dopo aver ripreso da solo il tram per la prima volta, e i miei cani, al ritorno a casa, ne ero sicuro, m'avrebbero adorato, perchè l'avrebbero capito alla perfezione.

E' per questo che amo la vita.

Perchè vista da qui è bellissima.

*****

il mio corpo, di FrammentAria (sì, proprio la FrammentAria della nostra banda!)

eco

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Non ho mai avuto il culto del mio corpo. E' pur vero che vivo intensamente il mio corpo. Attraverso esso. Ho bisogno di toccare, di sentire con le dita la tessitura di un oggetto, le pulsazioni di una pelle, la frescura del mare. Ho bisogno di camminare a piedi nudi, sentire le venature del legno, affondare le dita nella sabbia. Ho bisogno di guardare. Dio! Divoro il mondo con gli occhi. Se guardo un albero lontano cerco di sentire le foglie tra le dita, e sento l'odore della corteccia. E ho bisogno di ascoltare. Quanti pomeriggi d'estate passati ad ascoltare il canto delle cicale nel mio giardino. Non ho il culto del mio corpo. Non mi importa se è bello. Ma è la mia voce. E ho sempre creduto fosse mio. Di più, ho creduto che il mio corpo fossi io. Che io fossi i miei occhi. E il mio sorriso. E le mie mani. Quando il mio corpo si è ammalato sono rimasta allibita. Si è ammalato senza senza avvisarmi. Da sé. Si è lasciato aggredire senza dirmi nulla. Può uccidermi il mio corpo! Come può farmi una cosa simile? E all'improvviso il mio corpo non è più mio. E' un estraneo. Non posso far nulla. Non è come decidere di aprire gli occhi e aprirli. Non è come decidere di toccarsi i capelli e toccarseli. Non è come decidere di correre e correre. Non è più mio. E così rimango sola. Senza il mio corpo che m'ha tradita. E la paura invade ogni poro. E' la paura di non sapere. Non sapere cosa accade dentro di te. Se il tuo corpo è ancora con te o ha deciso di abbandonarti. E ti manca l'aria. E non riesci più a guardare. A toccare. A respirare. Finché non ti accorgi che così anche tu ti abbandoni. E allora faticosamente ricominci. apri gli occhi e guardi, ti tocchi i capelli, corri....fino a quando? Non lo so. Mi curo. Guarisco. Mi controllo. Non so ciò che sarà domani. Faccio pace col mio corpo. Non posso far altro. Accettare la paura, e considerarla parte di me. Ho due braccia, due gambe, la pelle bianca, i capelli ramati, e la paura. La lascio scorrere sotto pelle. E vivo. Com'è bella quella nuvola bucata da un raggio di sole! E ho amato...e il mio corpo è stato di nuovo mio. Come è bello l'odore dell'amore, e le carezze dell'amore, e gli sguardi dell'amore, e la voce dell'amore. Sentire l'amore che mi attraversava la pelle, e mi penetrava fin nelle viscere. ogni parte di me ne era inebriata.  E il corpo è stato di nuovo mio.

giovedì 16 giugno 2011

Igor Mitoraj

Io non vorrei utilizzare molte parole per parlare di Igor Mitoraj, anche perchè non saprei proprio cosa aggiungere alla bellezza esplicita delle sue opere che si offrono al nostro appagamento totale.
Io ne sono incantata...

Igor Mitoraj è un'artista polacco il cui stile è fortemente radicato nella tradizione classica, con una particolare attenzione ai busti maschili.
Mitoraj presenta, tuttavia, anche una svolta post moderna attraverso l'ostentata enfatizzazione dei danni subiti dalle sculture classiche, ottenuta mediante la realizzazione di arti e teste troncati.
Ad Agrigento dal 27 febbraio 2011, nella Valle dei Templi, sono esposte all'aperto 17 gigantesche opere bronzee dell'artista polacco, che fanno mostra della loro bellezza e della loro mole accanto ai millenari templi dell'antica Magna Grecia.
Le opere raffigurano personaggi mitologici facilmente riconoscibili come gli dei Venere, Eros, Icaro e il Centauro che si aggiungono a quelle già presenti nel parco archeologico.
Il video che oggi vi propongo è correlato da un tappeto sonoro molto appropriato e ci accompagna nella visione di queste meraviglie che si sposano perfettamente, a mio avviso, ai reperti archeologici preesistenti.

Il fascino dalle corde vocali - Capitolo II

Mettete assieme una ragazza danese, un pianoforte e una voce fatata: cosa ottenete? No, non è quello che state pensando (la barzelletta di un vecchio e vanesio capo del governo di un paese a caso) ma si tratta di arte. Philarmonics, il primo album di Agnes Obel. Il pianoforte è il filo logico lungo il quale nasce, cresce e si articola l'album d'esordio della cantautrice nata nella terra della sirenetta e "trapiantata" a Berlino. Due canzoni sono state scelte rispettivamente da un programma televisivo teutonico e dalla serie tv americana Grey's Anatomy come colonne sonore (anche se popolarità non equivale a qualcosa di buono). Agnes non cerca lo sfarzo di Lady Gaga nè l'ostentazione di Rihanna ovvero le vere icone pop (sigh) del momento. C'è un brano che mi ha subito colpito perchè sembra una ninna nanna (non nell'accezione negativa ma perchè concilia il riposo, lo stare tranquilli) cantata da una fata in mezzo ai boschi: Just So.
Tutte le canzoni a eccezione dell'introduttiva Fallin, Catching hanno come "colonna portante" il pianoforte e la sua voce. Un viaggio nei luoghi dello "spirito" che per il sottoscritto non coincide con l'anima o altri concetti dei dogmi religiosi. Agnes Obel ti cattura subito perchè non ha l'esplosività di Simone Simmons: al contrario ti culla come un pargoletto in braccio alla madre.

Non riesco ad inquadrarla in una categoria, in un'etichetta. Un genere che non è un Genere. Un miscuglio semplice e innovativo allo stesso tempo, un esperimento interessante che spero continui. Agnes Obel fa viaggiare l'ascoltatore, lo coccola. 12 brani da ascoltare e riascoltare, assaporare e riassaporare.







mercoledì 15 giugno 2011

Come "vedono" la bellezza i ciechi


Quando sento dirmi: «Peccato che tu non lo puoi vedere... ma non sai che bello ecc. ecc.», vorrei rispondere sempre: «Guarda che chi non vede sei proprio tu, illuso di "vedere" ancora qualcosa di "bello". Le cose belle non si vedono realmente, puoi vederle solo se vedi come me, che sono cieca sì, ma più vedente di te, perché io vedo, sento ed elaboro, tu invece fai solo un meccanico ed inconscio movimento con gli occhi che, captata un'immagine, la trasmettono al cervello il quale, a sua volta, se non è stato "divinamente preparato", poco elabora, anzi spesso non elabora proprio. E solo mentre mi dici "peccato che non puoi vedere..." già so che il tuo cervello non elaborerà mai!».

Noi ciechi possiamo comprendere molto della realtà, anche senza occhi... peccato che solo da poco qualcuno ha cominciato a dirlo. Di seguito l'ultima "scoperta", che vale anche per me che sono cieca da pochi anni e sono pure mezza sorda, figuriamoci per chi ci nasce ed ha un superudito, quindi prima di sparare alcune frasi "diversamente intelligenti", collegate il cervello, perché un cieco non è un malato o un disabile cognitivo, vede solo diversamente da voi, cioè vede come si dovrebbe vedere in questo drammatico momento di casino planetario: io vivo quanto vivete voi ecolocalizzandomi (a volte anche teletrasportandomi).

Io sento e di conseguenza so, chi usa solo gli occhi fa il simulatore di una gelida videocamera, nient'altro, quindi non sente e di conseguenza manco sa, però siccome non ha il marchio dell'Inps come "invalido", si sente "superiore" a me che invece il marchio ce l'ho. Vorrei che chi mi legge ricordasse sempre una cosa: dietro a quel marchio per disabile dell'Inps, quasi sempre c'è chi vede, sente e capisce meglio di chi ha l'illusione di essere "normale". Peccato che in Italia ancora non lo si capisca!

Rubato da questo post dell'amica Laura che potete vedere nel video sotto. So bene che il discorso è molto complesso.