Blog di resistenza all'incedere del brutto


Per me la bellezza è Kurt Cobain che sfascia una Fender, è Mila Kunis che infila la lingua in gola a Natalie Portman, è una domenica mattina dannatamente post-alcolica. Cannibal Kid

Bellezza è un'umanità creata dallo scandito rincorrersi degli opposti, senza ripensamenti. La mia bellezza è libertà. Saharajoyce


continua...

martedì 27 dicembre 2011

Bruci la città e crolli il grattacielo

Se voi dite ai grandi:"Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei colombi sul tetto" loro non arrivano a immaginarsela. Bisogna dire: "Ho visto una casa di centomila lire", e allora esclamano: "Com'è bella" (da Il piccolo principe)

Questo passo del libro mi ha fatto riflettere su ciò che noi umani vediamo erroneamente come "bello". Tutti penso abbiate almeno un conoscente che sia pazzo per le metropoli e per la cosiddetta skyline. Tutti vi sarete chiesti (e per tutti mi riferisco ai ladri) "ma che ci trova di bello nei grattacieli?". Mi ricordo che molte persone andavano in estasi guardando le foto delle Torri gemelle, c'è chi va matto per la Torre Eiffel (che per me resta pur sempre ferraglia) ma almeno ha una sua forma particolare! Ci sono persone che adorano i grattacieli, altre che impazziscono ascoltando i rumori della città. Il problema è che questi estimatori del caos e delle luci sfavillanti, abitano TUTTI in campagna nella totale serenità. Voi ce li vedreste nel centro di Tokyo o di Città del Messico?

La gente oggi ha perso il gusto delle belle cose. La gente oggi vede la bellezza dove regna solo il denaro. In fondo cosa sono le nuove grandi costruzioni, cos'è questa ricerca della quota più alta? Nient'altro che una dimostrazione di cosa si può fare con i soldi. Gli stramaledetti soldi che non rappresentano niente di veramente bello.

D'altro canto sono certo che voi tra questo


e questo 


sappiate riconoscere la vera bellezza.



Vieni, vieni in città 
che stai a fare in campagna? 
Se tu vuoi farti una vita 
devi venire in città. 

Com’è bella la città 
com’è grande la città 
com’è viva la città 
com’è allegra la città. 

Piena di strade e di negozi 
e di vetrine piene di luce 
con tanta gente che lavora 
con tanta gente che produce. 

Con le réclames sempre più grandi 
coi magazzini le scale mobili 
coi grattacieli sempre più alti 
e tante macchine sempre di più. 

Com’è bella la città 
com’è grande la città 
com’è viva la città 
com’è allegra la città. 

Buon 2012!

venerdì 23 dicembre 2011

Sull'amore

Tu chiedi che cosa sia l'Amore.

E' quella forza potente che ci attrae verso tutto quello che concepiamo o temiamo o speriamo fuori di noi stessi, quando scopriamo nei nostri pensieri l'abisso di un insaziabile vuoto e cerchiamo di risvegliare in tutte le cose che esistono, una consonanza con quello che proviamo dentro di noi. Se ragioniamo, vorremmo essere intesi; se immaginiamo, vorremmo che gli eterei figli del nostro cervello rinascessero nel cervello di un altro; se sentiamo, vorremmo che i nervi altrui vibrassero con i nostri, che i raggi dei loro occhi in un solo istante si accendessero e si unissero e si fondessero coi nostri, che due labbra tremanti e ardenti del più puro sangue non si posassero su labbra glaciali e immobili. Questo è l'Amore. Questo è il legame e il consenso che unisce un essere umano non solo a un altro essere umano, ma a tutte le cose viventi. Nasciamo, e c'è qualcosa in noi che dall'istante che prendiamo a vivere ed esistere, aspira a quanto gli è simile. Noi percepiamo oscuramente nella nostra natura intellettuale quasi una riproduzione in miniatura di tutto il nostro essere, ma spoglio di tutto ciò che disapproviamo o disprezziamo, il prototipo ideale di ogni cosa eccellente e bella che riusciamo a concepire per la natura umana. Non è soltanto il ritratto del nostro essere esterno, ma un insieme delle più tenui particelle di cui la nostra natura si compone: uno specchio la cui superficie riflette solo le forme pure e brillanti: un'anima dentro la nostra anima che traccia un cerchio attorno al suo Paradiso, che la sofferenza, il dolore e il male non osano oltrepassare. A quest'anima noi riferiamo ansiosamente tutte le nostre sensazioni, col desiderio ardente che vi possano assomigliare o corrispondere. La scoperta del suo antitipo: l'incontro con un'intelligenza capace di stimare con chiarezza le deduzioni della nostra, con un'immaginazione che dovrebbe penetrare e impadronirsi delle sottili e delicate intimità che è stata nostra gioia coltivare e dispiegare in segreto, con un corpo i cui nervi, come le corde di due lire che accompagnano un'unica deliziosa voce, vibrassero insieme ai nostri - e tutto questo in proporzione a ciò che l'ideale tipo interiore chiede: ecco il fine invisibile e irraggiungibile cui l'Amore aspira; e per raggiungere il quale, esso incita le facoltà dell'uomo a fermare la più labile ombra del bene, la cui privazione non dà riposo né tregua al cuore che ne è dominato. Perciò nella solitudine, o in quello stato di abbandono in cui siamo circondati da esseri umani che tuttavia non ci comprendono, noi proviamo amore per i fiori, per l'erba, per le acque e il cielo. Anche nel muoversi delle foglie a primavera, nell'aria azzurra, si scopre allora una segreta corrispondenza con il nostro cuore. C'è un'eloquenza nel vento senza voce e un dolce canto nei ruscelli che scorrono e nel fruscio dei giunchi sulle loro sponde che, grazie alla loro segreta armonia con qualcosa nella nostra anima, risvegliano gli spiriti a una danza estatica, e fanno sgorgare lacrime di misteriosa tenerezza, come l'entusiasmo per la voce di una donna amata che canta per te solo.

(Libera riduzione da "Sull'Amore" di Percy Bysshe Shelley) 


(Foto: Viktor Stois)


Tu sei bella, e poche son più belle
     fra le ninfe dei mari e della terra;
son vesti che stan bene a chi le porta
     queste tue membra soavi che, muovendosi,
sempre cadono e cambiano e scintillano,
mentre la vita in esse danza.

(...) 
Come rugiada sotto il soffio del mattino,
     come il mare quando i turbini lo destano,
come gli uccelli all’avviso del tuono,
     come ogni cosa muta, ma nel profondo scossa,
come chi sente uno spirito invisibile,
così è il mio cuore quando il tuo è vicino.


(frammenti di "A Sofia" Percy Bysshe Shelley - versione integrale ed originale qui )


Buon Amore a tutti
Aria

mercoledì 21 dicembre 2011

Bach, toccata e fuga per bicchieri



Clap, clap, clap. E alla fine potremmo anche adoperare i bicchieri per un brindisi.

Buone feste, per quanto possibile di questi tempi, a tutti voi, ladri e seguaci di ladri. Un grande abbraccio.

martedì 20 dicembre 2011

Agli occhi della gente sarai uno stravagante

"I creativi sono sempre ritenuti folli. Il mondo li riconosce ma molto in ritardo; si pensa sempre che manchi loro qualche rotella. I creativi sono gente eccentrica. Tutti i bambini nascono con la capacità di essere creativi. Senza alcuna eccezione, tutti i bambini tentano di essere creativi ma noi non glielo permettiamo. Cominciamo subito a insegnar loro il modo giusto di fare le cose e una volta che lo hanno imparato diventano dei robot: in seguito ripeteranno sempre la cosa giusta.

Più lo fanno, più diventano efficienti e più diventano efficienti più sono rispettabili. A un certo punto tra i 7 e i 14 anni nel bambino si verifica un grande cambiamento. Gli psicologi stanno facendo degli studi... cosa accade e perché? Tu possiedi due menti, due emisferi. L'emisfero sinistro non è creativo. Dal punto di vista tecnico è molto efficiente ma per ciò che riguarda la creatività è assolutamente impotente. Può fare solo qualcosa che ha già imparato e la può fare nel modo migliore alla perfezione: è meccanico. Questo emisfero sinistro è l'emisfero della logica, della matematica, del ragionamento.

E' l'emisfero dell'ordine, del calcolo, della disciplina, dell'astuzia. L'emisfero destro è semplicemente l'opposto. E' l'emisfero del caos, non dell'ordine; della poesia, non della prosa; dell'amore, non della logica. Il creativo ha una spiccata propensione per la bellezza e una notevole capacità di essere originale ma non è efficiente, deve continuamente fare esperimenti: non può fermarsi da nessuna parte; è un vagabondo, si porta la tenda sulle spalle. Certo si può fermare per una notte ma al mattino sarà ripartito... Fermarsi per lui equivale a morire. E' sempre pronto a rischiare, il rischio è il suo innamoramento. Questo è l'emisfero destro.

Quando un bambino nasce il lato destro è attivo, quello sinistro no. Poi cominciamo a impartirgli i primi insegnamenti, in modo ignorante e non scientifico. Nel corso dei secoli abbiamo imparato come spostare l'energia dall'emisfero destro al sinistro, come bloccare l'uno e fare funzionare l'altro. La scuola fa solo questo: dall'asilo all'università la cosiddetta istruzione non è altro che uno sforzo per distruggere l'emisfero destro e sostenere il sinistro. Da qualche parte tra i 7 e i 14 anni ci riusciamo e il bambino viene ucciso, distrutto. A questo punto non è più selvaggio, diventa un cittadino.
Impara la via della disciplina, del linguaggio, della logica, della prosa. Inizia a competere nella scuola, diventa un egoista, acquisisce tutte le nevrosi della società. Si interessa ai soldi e al potere.

Comincia a pensare a come diventare più educato per essere più ricco e potente, avere una casa più grande e qualsiasi altro agio. Il centro della sua attenzione si sposta. L'emisfero destro comincia allora a funzionare sempre meno oppure funziona solo nei sogni, nell'inconscio profondo. O talvolta quando si assume una droga. La grande attrazione che esiste in Occidente verso le droghe è dovuta semplicemente al fatto che lì l'emisfero destro è stato completamente distrutto, grazie a un'educazione coatta. L'Occidente è diventato troppo civilizzato; cioè è arrivato a un estremo. Adesso sembrano non esserci altre possibilità; se nelle università e nei college non si iniziano a usare mezzi che aiutino l'emisfero destro a rivivere, le droghe non scompariranno…

Il criminale non è chi assume le droghe, ma il politico, l'educatore. Sono loro i colpevoli: hanno costretto la mente umana a un tale estremo da creare il bisogno di ribellarsi. Ed è un bisogno spasmodico! La poesia è completamente scomparsa dalla vita della gente e così la bellezza... I soldi, il potere, il prestigio sono diventati gli unici idoli... Se al bambino venisse insegnato che entrambe le menti gli appartengono e imparasse a usarle tutte e due e gli venisse spiegato quando usare l'una o l'altra... Esistono situazioni in cui è necessario solo l'emisfero sinistro, in cui hai bisogno di ragionare: al mercato, nelle faccende della vita di tutti i giorni.

E ci sono occasioni in cui hai bisogno dell'emisfero destro... Distruggi allora tutto ciò che la società ti ha fatto, tutto ciò che genitori ed educatori ti hanno fatto. Distruggi tutto ciò che il poliziotto, il politico, il prete ti hanno fatto: e sarai di nuovo creativo, proverai di nuovo quel brivido che avevi all'inizio. E' ancora lì in attesa, represso e si può sprigionare...
Naturalmente avrai bisogno di molto coraggio, perché quando cominci a disfare ciò che la società ti ha fatto, perderai ogni rispettabilità. Non sarai più considerato una persona degna di stima. Comincerai a sembrare un eccentrico; agli occhi della gente sarai uno stravagante. la gente penserà: quel poveraccio, ha perso qualche rotella...

Ecco il coraggio più grande: affrontare una vita in cui la gente penserà che sei stravagante...."

Osho - “La via del cuore
[rubato stamane qui]

lunedì 19 dicembre 2011

quale mito



… il diavolo è solo una scusa. Quello che potreste vedere non è altro che il riflesso della vostra immagine. Chi vi fa dire oscenità spaventose siete voi stessi interpellati in maniera fugace, incapaci di conoscere, limitati dalla smania di potere. Nessuno vi afferra dal basso, nulla piomba dall'alto su ali piumate. La vostra mediocrità è già tragedia. La commedia si appropria ormai dell'ottusità, della miseria dello spirito. Voi stessi vi avvoltolate marci e in via di decomposizione. Potrebbe diventare così semplice tentare nuove possibilità salvifiche. Sento una putrida palude nella quale c'è rischio di sprofondare, ma vedo una dimensione surrealista, dipinta con maestria e incommensurabile arte; sono travolta da una vertigine, vivo un'esperienza sensoriale annichilente, viro verso la trasformazione. Il paradosso: una visione, non vorrei più riemergerne. Vorrei continuare a sperimentare spingendomi forte verso una comprensione dell'incredibile. Reazione sperata, significante: fuori dalla povera realtà, dentro il mito. In principio era l'azione. Faust. Poche parole poco esplicative per non dire ch'ho goduto del film di Aleksandr Sokurov.

Niente di più, solo le immagini splendide di un amico che nell'arte si perde e dell'arte si folgora. Qui La quadratura del cerchio.

martedì 13 dicembre 2011

Abituarsi al bello fa riconoscere i mostri

Grazie ad un articolo di Doriana Righini pubblicato nel suo Sud-Degenere scopro Rosaria Iazzetta, una giovane artista che dalla Campania alla Calabria, dove è docente di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, passando per il Giappone, dove è stata ricercatrice ed ha lavorato per cinque anni. Le sue opere sono un esempio di "Arte come strumento di protesta sociale, come veicolo di messaggi contro il sistema dei consumi, per svelare le mistificazioni della quotidianità di un Sud dove il sistema mala-vita sembrerebbe non consentire alternative. Ma è proprio l’arte, forse, attraverso i suoi messaggi, a restituire quella speranza che spesso sembrerebbe mancare. Rimettere in discussione la nostra posizione nel mondo, coltivando nuovi atteggiamenti nei confronti di noi stessi, indagando in profondità i nostri desideri ed esprimendoli, occupando gli spazi pubblici con essi, con la nostra fantasia, con le nostre competenze, con i nostri corpi". Mi piace chiudere il 2011 con questa artista che attraverso la bellezza dell'arte cerca di contrastare il  "brutto", nelle sue molteplici dimensioni, non solo estetiche ma anche sociali e politiche come Billy Holiday con il suo Strange Fruit, il post con cui avevo inaugurato la mia avventura con la banda dei ladri di bellezza. Buon fine/inizio anno a tutte/i da Marginalia.

lunedì 5 dicembre 2011

Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia!

Buona sera cari colleghi ladri, furfanti e lestofasnti di ogni risda.
Cari favoreggiatori, fiancheggiatori e sbandieratori.
Iniziai la mia avventura qui con un post  che non avevo ideato io. Vi ricordate le parole di  un grande letterato contemporaneo? Ebbene, ho deciso tomo tomo cacchio cacchio di concludere quest'anno solare con le parole di un altro grande della letteratura, si può dire in questo caso "classica". Un brano di un celebre romanzo il quale non ha bisogno di presentazioni (né tantomeno l'autore). Un brano che trovo dannatemente attuale oltre che perfetto per essere incastonato nel nostro blog.

Possedete una splendida giovinezza, e la giovinezza è l'unica cosa degna di esser posseduta." "Non mi sembra, Lord Enrico." "Non vi sembra adesso. Ma un giorno, quando sarete vecchio, rugoso e brutto, quando il meditare vi avrà scavato nella fronte i suoi solchi, e le passioni avranno marcato le vostre labbra col loro orribile fuoco, vi sembrerà, e vi apparirà terribile. Ora, dovunque andiate portate con voi la gioia. Ma sarà sempre così?... Avete un volto meraviglioso, signor Gray, non accigliatevi: lo avete. E la bellezza è un aspetto del genio, è più alta, anzi, del genio perché non richiede spiegazioni. è una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole, o la primavera, o il riflesso nell'acqua cupa di quella conchiglia d'argento che chiamano luna. Su di essa non si può discutere: ha un divino diritto alla sovranità, rende principi coloro che la possiedono. Sorridete? Non sorriderete quando l'avrete perduta... Si dice che spesso la bellezza sia cosa superficiale; può essere, ma non sarà mai superficiale come il pensiero. per me la bellezza è la meraviglia sovrana. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze: il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile. Sì, signor Gray, gli dèi sono stati benigni con voi, ma gli dèi non indugiano a riprendersi ciò che danno. Avete solo pochi anni per vivere realmente, perfettamente e pienamente. Quando la gioventù vi abbandonerà, la bellezza si affretterà a seguirla, e allora vi accorgerete ad un tratto che non vi sono più trionfi per voi e dovrete contentarvi di quei mediocri trionfi che il ricordo del vostro passato renderà amari più che disfatte. Ogni mese si avvicina, scomparendo, a qualche cosa di terribile; il tempo è geloso di voi e fa guerra ai vostri gigli e alle vostre rose. Si spegneranno i vostri colori, le vostre guance si incaveranno, gli occhi perderanno il loro lampo; e soffrirete tremendamente... Ah! godete la giovinezza finché la possedete, non sprecate l'oro dei vostri giorni dando ascolto a gente noiosa, cercando di sostenere fallimenti senza speranza, gettando la vostra vita agli ignoranti, ai mediocri, ai volgari. Questi sono i fini malsani, i falsi ideali della nostra età. Vivete! Vivete la meravigliosa vita che è in voi. Nulla di voi deve andare perso. cercate sensazioni sempre nuove, non abbiate paura di nulla... Un nuovo edonismo: ecco ciò che manca al nostro secolo. E voi potete essere il simbolo visibile. Con la vostra persona, nulla vi è vietato: il mondo è vostro per una stagione... Appena vi ho visto mi sono accorto che ho sentito di dovervi svelare un poco di voi stesso. Mi è sembrato veder già la tragedia di una vostra vita sprecata: perché così poco durerà la vostra giovinezza... così poco! Gli umili fiori di campo appassiscono, ma tornano poi a fiorire; il prossimo giugno l'avorno sarà dorato come adesso; tra un mese questa clematide sarà coperte di stelle purpuree e di anno in anno la verde notte delle sue foglie racchiuderà quelle stelle di porpora. Ma la nostra gioventù non torna mai indietro, il palpito di gioia che batte in noi a vent'anni si fa torbido, si indeboliscono le nostre membra, i sensi si corrompono. E noi degeneriamo in ripugnanti fantocci ossessionati dal ricordo di passioni di cui avemmo troppa paura e di tentazioni squisite a cui non osammo abbandonarci. Gioventù! gioventù! Nulla v'è al mondo che valga la gioventù." 

Da Il ritratto di Dorian Gray

domenica 4 dicembre 2011

Spiral Jetty

Spiral Jetty

Opera icona della Land Art, opera simbolo, intima e monumentale, la Spiral Jetty (molo a spirale) di Robert Smithson (Passaic, New Jersey, 1938 - Amarillo Ramp, 1973) è stata ultimata nel 1970 su di una riva del Grande Lago salato nello Utah, USA. Il famoso profilo della sua spirale si basa sullo schema geometrico della sezione aurea, dove un segmento tematico è ripetuto, variato e moltiplicato nel ritmo del proprio vortice. Il simbolo di un percorso come movimento, tempo, materia, spazio, che cresce e si consuma. La forma ipnotica per eccellenza. Un disegno, un grande quadro, una immensa scultura, in cui l'artista ha usato le pietre come matite, la terra e l'acqua come colori, il cielo e l'orizzonte come il più grande spazio disponibile. L'ininterrotta metamorfosi delle cose tra aria, acqua, terra, fuoco. La spirale microscopica del preistorico "Nautilus", il più antico fossile che conosciamo. La spirale macroscopica delle galassie. Un luogo, un'opera insieme vicinissima e remota, arcaica e avveniristica. Fango, cristalli di sale, rocce, acqua. Fango, sabbia, cristalli di sale, cielo, rocce, acqua, sangue.

La spirale una volta mi smosse nel profondo la comunione della vita mia con la Terra tutta. Quella volta che sulla cima di una montagna accostai l'orecchio a una grande conchiglia e mi parve di essere in riva al mare. La sensazione mi è rimasta. Per sempre.

martedì 29 novembre 2011

Le Sirene

...Alle Sirene giungerai da prima,
che affascinan chiunque i lidi loro
con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra
delle Sirene, e n'ode il canto, a lui
nè la sposa fedel, nè cari figli
verranno incontro su le spoglie in festa.
Le Sirene sedendo in un bel prato,
mandano un canto dalle argute labbra,
che alletta il passeggier: ma non lontano
d'ossa d'umani putrefatti corpi
e di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
cera de' tuoi così l'orecchio tura,
che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
te della nave all'albero i compagni
leghino, e i piedi stringanti, e le mani;
perchè il diletto di sentir la voce
delle Sirene tu non perda. E dove
pregassi o comandassi a' tuoi di sciorti,
le ritorte raddoppino ed i lacci.
Poichè trascorso tu sarai, due vie
ti s'apriranno innanzi; ed io non dico,
qual più giovi pigliar, ma, come d'ambo
ragionato t'avrò, tu stesso il pensa.

Questi sono alcuni versi tratti dal canto XII dell'Odissea di Omero, qui Circe mette in guardia Ulisse  dalle Sirene e gli dà consigli per resistere al loro canto che porta tutti coloro che lo ascoltano a morte certa.

 Ogni volta che mi accosto a questo poema mi sento rapita nella sua trama e mi sembra di rivivere la storia in prima persona, immediatamente però non posso fare a meno di ricordare il famoso sceneggiato televisivo realizzato da Franco Rossi  con Bekim Femhiu e Irene Papas che ho avuto la fortuna di vedere nel lontano 1969.
All'epoca ero una bambina ma lo ricordo nei minimi particolari e ancor oggi, secondo me,  esso risulta migliore di tanti altri modernissimi film sull'Odissea così pieni di straordinari effetti speciali.

La straordinarietà di quello sceneggiato, però, fu soprattutto  la preziosa partecipazione del grande poeta Giuseppe Ungaretti che leggeva alcuni versi del poema all'inizio di ogni puntata, ricordo perfettamente la sua voce vibrante e intensa che riusciva ad incantarmi tanto quanto la storia stessa.
Ricordo le domeniche davanti al televisore in attesa dello sceneggiato che per quei tempi era all'avanguardia per effetti speciali che oggi sicuramente faranno sorridere ma  appena appariva l'immagine di Ungaretti tutti ci fermavano quasi a trattenere il fiato e ci lasciavamo rapire dalla sua interpretazione.

Ho cercato invano il video di Ungaretti che legge l'Odissea ma nemmeno nelle teche rai ne rimane traccia invece lo sceneggiato, se vi interessa, è in circolo su youtube ed è possibile  scaricarlo da emule ma purtroppo senza quella preziosa prefazione.
Per consolazione, si fa per dire, voglio riportare la bellissima intervista che Pier Paolo Pasolini fa al M°Ungaretti sulla "normalità"




L'ispirazione nello scrivere, che io ritengo oramai persa, questo post l'ho avuta mentre ho in studio  uno dei Notturni per sole voci femminili e orchestra "Sirènes"  di Claude Debussy , raffinato compositore e pianista  considerato uno dei massimi esponenti dell'Impressionismo Francese.
In questo notturno le voci femminili si intrecciano con gli strumenti dialogando in modo seducente e il continuo movimento dei colori sonori evoca all'ascolto immagini sensuali di code che schiaffeggiano l'onde e spruzzi gioiosi di sirene ammaliatrici. 
Voglio quindi condividere con voi il brano eseguito dal coro e dall'orchestra della Scala diretto dal  M°Claudio Abbado e se è possibile trasmettervi la gioia che io provo nell'eseguire questo mirabile brano.

giovedì 24 novembre 2011

Wodaabe - Il popolo più bello del mondo

Giovani wodaabe nel corso della festa Geerewol (© Rosemary Sheel)
I Wodaabe sono una popolazione nomade di pastori che vive tra Mali, Nigeria, Senegal, Camerun e che ancora oggi tende a rifiutare quanto più possibile l'integrazione in modelli di vita 'occidentali'. Chiamati dagli estranei Bororo, essi sono un piccolo sottogruppo dell'etnia Fulani, di lingua Fula (tradizione orale) e di religione islamica. La loro strategia di sussistenza è basata quasi interamente sulla pastorizia e l'esigenza di nutrimento degli animali in rapporto alla variabilità atmosferica e climatica è la ragione del continuo nomadismo di tale popolazione su aree che possono anche essere di grandi dimensioni.

Il codice di comportamento dei Wodaabe sottolinea riserva, modestia, pazienza, forza d'animo, cura reciproca. Ma vengo enfatizzate anche bellezza e fascino – tant'è ch'essi si considerano la popolazione più bella del mondo. Sessualmente liberali, essi praticano inoltre la poligamia e - sebbene il primo matrimonio sia in genere disposto dai genitori quando la coppia è neonata - sono previste anche altre modalità di scelta reciproca da parte dei futuri coniugi, così come nel corso della lro vita sono possibili matrimoni supplementari.
La cerimonia con la quale ragazzi e ragazze in età da marito si incontrano per poi divenire futuri sposi è chiamata Geerewol ed è un vero e proprio concorso di bellezza ma... maschile, in cui sono le donne a scegliere uno tra gli uomini da incoronare “il più bello”.

Alla fine della stagione delle piogge, nel mese di settembre, i clan si riuniscono in questa festa tradizionale in cui giovani uomini, con elaborati make-up, piume e altri ornamenti, eseguono le Yaake, danze e canzoni per impressionare le donne. L'ideale di bellezza maschile prevede un'altezza significativa nonché denti e occhi bianchissimi, dove questi ultimi – nel corso della danza/esibizione di sé – vengono fatti roteare proprio perché si possa apprezzare il biancore della sclera.
Una donna non sposata designerà il vincitore, e da quel momento potrà appartarsi con lui. Parimenti verranno scelti anche altri uomini e seguiranno scambi di doni, celebrazioni di matrimoni e quindi la ripresa della vita tradizionale con nuove configurazioni famigliari.

Di seguito il trailer di un documentario etnografico ("Dance with the Wodaabes", di Sandrine Loncke, 90', 201) che ci parla delle loro danze e di questa cerimonia, per chi avesse piacere di lasciarsi incantare...

giovedì 17 novembre 2011

due cavalieri si avvicinano



la striscia qui sopra fa riferimento alla dichiarazione di jack weinberg, leader del movimento studentesco statunitense dei primi anni '60: allora la spinta vitale verso il cambiamento radicale della società era tutta in mano alle speranze dei più giovani, per cui se ne uscì con un: "non fidatevi di nessuno che abbia più di trent'anni". il 24 maggio scorso, bob dylan di anni ne ha compiuti 70, ma è sopravvissuto sia all'autore della striscia, sia al migliore interprete di una delle sue canzoni più famose, vale a dire all along the watchtower.

personalmente, non sono mai stato un grande fan di dylan: come per tutti i cantautori, è il testo quello che nelle sue canzoni ha la massima importanza, mentre io ascolto molto di più la musica piuttosto che il testo cantato, e la musica di dylan bè, non è  esattamente un miracolo di complessità armonica. ci sono però un paio di pezzi tra i suoi che apprezzo molto per la loro estrema forza evocativa, e all along the watchtower è uno di quelli.

vorrei leggere questo testo insieme a voi, e cercare di comunicarvi quello che mi fa venire in mente.

"ci dev'essere un modo per venir fuori da tutto questo",
disse il buffone al ladro:
"c'è troppa confusione,
"non riesco ad avere tregua.

"uomini d'affari bevono il mio vino
"contadini scavano la mia terra
"nessuno di loro ha una minima idea
"del valore di tutto questo"

immaginate una scena: due amici che parlano, forse a casa di uno dei due, forse in un locale mentre bevono qualcosa. a causa del loro status, condividono un destino intenso, ma vissuto ai margini della società; eppure sanno che in qualche modo ne fanno parte anche loro, contribuiscono alla sua esistenza e al suo funzionamento. il buffone dice: questa terra è anche mia, eppure qualcun altro la lavora e altri ancora ne godono i frutti. ma quando quelli si vogliono divertire, è da me che vengono. e perché io non dovrei avere dignità pari alla loro?

"non c'è motivo di prenderla così male",
disse con calma il ladro:
"in tanti, qui
"pensano che la vita non sia altro che un gioco.

"ma tu ed io la vita l'abbiamo vissuta
"e sappiamo che non è questo il nostro destino.
"perciò, non raccontiamoci balle
"ché s'è fatta una certa"

risponde il ladro: certo, certo, il disagio è chiaro, chiara l'analisi, chiare le cause e gli effetti. ma ricordati, caro mio, che la differenza fondamentale è tra chi la vita la scrive e chi invece se la fa raccontare dagli altri, in un passaparola che alla fine non ti fa capire quale fosse il messaggio iniziale. allora, lasciatelo dire da uno che, come te, ne ha viste tante: se vogliamo che le cose cambino, poche balle e rimboccarsi le maniche, prima che sia troppo tardi.

lungo la torre di guardia
i principi tenevano d'occhio i dintorni
mentre le donne andavano e venivano
come pure i servi a piedi nudi.

lontano, nel freddo,
un gatto selvatico ringhiava
due cavalieri si avvicinavano
e il vento cominciò a ululare.

c'è un castello, una città fortificata, guardie armate sulle torri. al suo interno, le normali attività quotidiane, con i servi che garantiscono l'agiatezza dei principi, che basano la loro ricchezza sullo sfruttamento del lavoro altrui. ma le due figure a cavallo che si avvicinano, nel freddo della notte, sono portatrici di una minaccia reale, percepita come tale dagli animali selvatici, e presagita anche dagli elementi stessi. due persone unite da un sentire comune e determinate a perseguire i loro scopi possono minare le fondamenta di un intero sistema.

lo fate insieme a me un paragone con la situazione che stiamo vivendo? bob dylan avrà anche settant'anni, ma quando scrisse questa ne aveva 27, e quindi fidedigno anche secondo il dettato di weinberg. e io ho una voglia di essere uno dei due cavalieri che si avvicinano minacciosi che non vi dico.

due parole (vabbè, facciamo tre) sulla versione di hendrix: vero che la mia ammirazione per il più famoso mancino di seattle sconfina nell'idolatria (tanto per capirci: ho la sua immagine tatuata sul polpaccio sinistro), ma in questo caso credo di non esagerare se dico che il lavoro che hendrix ha fatto sul pezzo gli ha infuso nuova vita, trasformandolo nel capolavoro che è diventato. l'arrangiamento è perfetto, i brevi assoli di raccordo tra una strofa e l'altra sono stati imitati da chiunque altro abbia fatto un'ulteriore cover del brano. e nelle 24 battute dell'assolo centrale, hendrix sfoggia tre stili chitarristici differenti: una prima parte estremamente psichedelica, con atmosfera rarefatta e sonorità spaziali grazie ad echi e riverberi aggiunti in post-produzione; una parte centrale in puro stile hendrix, con vasto dispiegamento di wah-wah che influenzerà definitivamernte la sonorità di frank zappa; la parte finale giocata più su rivolti ed estensioni degli accordi e più aderente a uno stile country, forse in omaggio all'autore.

e adesso, poche balle, ché s'è fatta un certa:





mercoledì 16 novembre 2011

Sonor, di Levin Peter - Sul paesaggio sonoro di udenti e non udenti

Un giorno di alcuni anni orsono, in una conferenza tenutasi a Milano, Richard Schechner disse che nei momenti nei quali c'è più crisi politico-sociale, in quei momenti massimo è il bisogno d'arte e poesia, come fossero ossigeno cui attingere per una cura intensiva.
Il mio ossigeno, ieri, è stata la visione di Sonor, di Levin Peter, grazie alla quale mi sono ritrovata in una sorta di stanza insonorizzata dal vociare inutile, noioso, ripetitivo e mediocre dell'esterno e in una dimensione profonda e intensa che pur ci è dato percepire, vivere, creare e apprezzare come esseri umani.

Sonor (2011) è il resoconto, attraverso una serie di 'quadri'/situazioni, dell'incontro tra un musicista e una ballerina non udente dalla nascita, e della loro esplorazione congiunta dell'ambiente sonoro così come percepito da udenti e da non udenti (perché c'è, non è silenzio) col fine di tentare poi la restituzione delle loro scoperte in forma verbale e visiva attraverso il film. Poco alla volta la loro relazione si sviluppa come un'improvvisazione musicale, dove l'ambiente sembra rivelare una partitura di onde e vibrazioni cui abitualmente - noi normodotati - non prestiamo attenzione. Il tutto trattato con un sensuale bianco e nero, con il tempo lento della scoperta e della comprensione reciproca dei protagonisti, e melodie solo apparentemente dissonanti.


Un risultato semplicissimo ed estremamente profondo, chiaramente debitore di studi di acustica, ricerche sul paesaggio sonoro e sperimentazioni musicali di lunga data. Ma - pur nell'onnipresente neve che tutto sembrerebbe ovattare - connotato dal tepore che si sviluppa nel delicato dialogo/confronto dei protagonisti, e dal brivido del racconto della pratica abituale della ballerina di posare le mani sull'impianto stereo e mettere in loop un brano musicale finché il suo corpo e la sua memoria non siano perfettamente impregnati di una certa sequenza di vibrazioni, secondo un certo ritmo, sul quale lei disegnerà e interpreterà la propria coreografia.
Qui di seguito una breve intervista a Levin Peter, per chi avesse piacere di approfondire.




martedì 15 novembre 2011

Haikerouac

Quindi inventerò
      L’haiku americano:
      La semplice terzina in rima:-
Diciassette sillabe?
No, “pops” americani:-
Semplici poesie di tre versi

(Note di lettura, 1965)
Libro degli haiku non ancora completato, ma il mio ultimo
haiku è il più bello: Cavallo Pazzo guarda verso Nord
con occhi pieni di lacrime – Nel turbine della prima neve…
vorrei raccogliere tutti gli haiku dai  miei taccuini e farne un libro…

Lettere a Lawrence Ferlinghetti
(23 ottobre – novembre 1961)



(clicca sulle immagini per ingrandirle)




Acqua in una pozza
       -che osserva
I cieli fradici

Ape, perché continui
        a fissarmi?
Non sono un fiore!

Mao Tse-tung si è preso
        troppi Funghi Magici
Siberiani quest’autunno

 Quieta notte lunare-
        Vicino di casa che guarda
Nel telescopio; - “Ooo!”

Calcio mancato 
        allo sportello del frigo
Ad ogni modo, s’è chiuso

Alba, una stella cadente
       -Una goccia di rugiada cade
Sulla mia fronte!

Protetta dalle nuvole,
       la luna
Naviga in sogno

Sul retro del supermercato,
       fra le erbacce del parcheggio,
Fiori color porpora

Guardando furtivamente la luna
       di gennaio, Bodhisattva
fa una pisciatina in segreto

Ignorando il mio pane,
       l’uccello sbircia
Nell’erba

Luna d’agosto-oh
       sento un bollore
Su per le cosce

Ho raccontato una barzelletta
       sotto le stelle
-Nessuno ha riso

La falena addormentata-
       non sa
Che le luci sono di nuovo accese

Rileggo i miei appunti-
       La mosca si sposta dalla
Pagina al dito

Scalzo in riva al mare,
       mi gratto la caviglia
con un dito del piede

Le stelle corrono
       a tutta velocità
Attraverso le nuvole

Chi avrebbe immaginato
       che la luna di gennaio
Potesse essere così arancio!

Un grosso fiocco
       di neve
Cade per conto suo

Finita la pioggia, battiti sul legno
       -una ragnatela
a cavallo dei raggi di sole

Sprofondato sulla seggiola
       Ho deciso di dare all’haiku
Il nome di Pop

Dondolandosi sull’esile perno
       la foglia d’autunno
Quasi si stacca dal gambo

Non ci credereste
       quant’ero ignorante
Fino a ieri

Raccogli una tazza d’acqua
       dall’oceano:
Lì mi troverai

Foglie che cadono dritte
       Nella mezzanotte senza vento:
Il sogno di cambiare

Che si vada per sentieri differenti,
       o per lo stesso-
La luna ti segue ovunque

Nubi bianche su questo pianeta delle nebbie
       intralciano
La mia visione del vuoto blu

Una zanzara di primavera
       non sa nemmeno
Come si fa a pungere!

Perché avrei dovuto aprire gli occhi?
       perché
Lo volevo

Sono così folle
       che potrei staccare a morsi
Le cime delle montagne

Sesso-sbattersi per procreare
       laddove
La provvidenza lo permette

Un fremito, un’ombra-
       Un urlo-
Il balenare d’un lampo

Arriva la primavera,
       Già, tutto il necessario
Per i sospiri

La mia mano,
       Una cosa pelosa,
che s’alza e s’abbassa con la mia pancia

L’albero che ondeggia
       Nella luce lunare
Sa della mia presenza

Foglie che s’azzuffano con
       il cielo vuoto-
Nessuna nuvole le aiuta

Mi sono svegliato
       -due mosche si azzuffavano
Sopra la mia fronte

Sotto una grande bufera
       che seppellisce ogni cosa
Il mio gatto è fuori a cercar compagnia

Sotto una grande bufera
       che seppellisce ogni cosa-
Il mio gatto è tornato indietro

Due nubi si baciano e
       si ostengono guardandosi
L’un l’altra

Un fiore
       sull’orlo di un dirupo
Ammicca al canyon

La seggiola estiva
       si culla da sé
Nella bufera di neve


LA LAMPADINA
       IMPROVVISAMENTE
S’E’ SPENTA-
FINE DELLA LETTURA
                                  
                       

La Beat Generation è una generazione lanciata nell’eternità…L’ultimo tremore di una foglia nel suo essere tutt’uno con ogni tempo, un improvviso bagliore rosso d’autunno.
...La Beat Generation sa tutto degli haiku…
The Beat Generation, 1958
                                                          
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Jack Kerouac, Il libro degli haiku, trad. di Silvia Rota Sperti, Mondadori
i testi e le immagini originali sono tratti da un'edizione speciale del Sole 24 ORE "I grandi poeti - Kerouac" (volume 17)



[ Kerouac, avvicinatosi alla cultura buddhista, scopre la bellezza degli haiku giapponesi, poesie di sole 17 sillabe in grado di condensare un intero quadro di vita in soli 3 versi. Rimane folgorato dalla freschezza e la rapidità di questa forma espressiva, congeniale al suo gusto per la concisione poetica e ai temi che gli stanno a cuore, l’eternità e l’impermanenza, e ne scrive centinaia, in un periodo compreso tra il 1956 e il 1966, annotandoli su diversi taccuini che portava sempre con sé, per non perdere la possibilità di fissare lo stupore per un attimo isolato dagli altri, la volontà di fissare l’armonia prima che essa scompaia. Scrive Regina Weinreich, che ha curato la pubblicazione postuma de Il libro degli haiku,  “Trovare questi haiku è stato un po’ come estrarre oro dal metallo grezzo. Molti di essi – un migliaio circa – erano incastonati in frammenti di prosa, appunti, perfino indirizzi di conoscenti. Altri sono apparsi più volte nell’opera di Kerouac, riutilizzati nelle più svariate occasioni”.   Gli haiku di Kerouac sono lampi di pura illuminazione in cui il grande scrittore riesce a reinventare un genere totalmente nuovo, liberandolo dal vincolo delle 17 sillabe, che può costringere il processo creativo, e lo adatta alla sua immensa creatività. L’antologia presenta infatti diversi tipi di componimenti: alcuni seguono fedelmente i temi della tradizione, altri la deridono, scherzano, altri ancora sono trampolini di lancio per la fantasia dell’autore. Sono questi gli haiku più interessanti di Kerouac: brevi storie appena accennate, scritte con l’acquarello, dipinte con rapidi tocchi.
L’occhio di Kerouac si posa per un attimo nella bellezza del singolo istante e poi fugge altrove.
Infine, aggiungo (ho finito, giuro!), è un peccato che nella traduzione si perda gran parte della musicalità dei versi di questo matto genio americano, attentissimo al suono di ogni singola parola, non il rispetto di forme espressive convenzionali ma essenziale, per lui, è la musica
“Il ritmo con il quale tu ti getti sui tuoi propositi determina il ritmo della poesia, sia che si tratti di una poesia con le righe separate in versi, o che sia una poesia con un’unica riga infinita chiamata prosa”. ]



domenica 13 novembre 2011

Semplicemente, Amore.

Quando ci infuoca, Lui, irrompe furioso e rovente come la lava, e non conosce dettagli cromosomici o diritto di famiglia. Gli uomini, invece, sì.

Una giornata particolare.

Troppe, proterve ed insopportabili, ancora.


giovedì 10 novembre 2011

Go With the Flow. Gesti e rituali del dipingere nell'opera di 2501

Quando si ricevono in regalo immagini e parole come ringraziamento per conversazioni sull'arte, sul processo creativo e non ultimo sul senso (di ciò che si fa) della propria esistenza, mi sembra cosa 'sana' rimetterle in circolo - e far godere quante più persone possibili di tale 'flusso di energia'.
Per tale ragione condivido oggi con voi il testo che Serena Valietti ha scritto (e mi ha inviato con dedica) in occasione della - e accompagnamento alla - mostra Veicolo Adamantino. Personale di 2501 in corso alla The Don Gallery, Milano, galleria d'arte la cui finalità è quella di promuovere la conoscenza della cultura (e il rispetto) della street-art e dei suoi protagonisti.


Go With the Flow. Gesti e rituali del dipingere nell'opera di 2501
di Serena Valietti

Rappresentazione del tangibile e del sacro, mezzo per entrare in contatto con la propria interiorità, via che apre le porte alla meditazione e alla consapevolezza di sé. Questa è la pittura di 2501. La base è la filosofia Buddhista Mahayana, il riferimento sono le tangke tibetane, immagini del divino realizzate su lino bardato in seta e la modalità è quella della ricontestualizzazione.

Nelle sue opere l'artista rilegge in chiave personalissima la pittura sacra orientale, scegliendo materiali, supporti e tecniche radicalmente differenti da quelli tradizionali, ma conserva l'aspetto meditativo della pratica tibetana nella gestualità dell'atto del dipingere. La pittura così si trasforma in un rito che coinvolge corpo e mente, lasciando emergere l'interiorità.

“E il rituale, attraverso i simboli in cui si esprime - scrive Stefano De Matteis - ha una
funzione attiva, mai sclerotica, formale o convenzionale, […] una funzione trasformatrice”.

La metamorfosi di cui parla l'antropologo avviene anche nell'artista, che dipingendo rientra in contatto con il proprio sé, riattivando i canali d'accesso al suo mondo interiore. Le superfici su cui interviene diventano zone di confine, dove il segno e il colore sono gli strumenti necessari per raggiungere un nuovo equilibrio, nato dall'incontro tra l'impeto del gesto e la quiete della pratica meditativa Buddhista.

Dipingere allora diventa un vero e proprio rito di passaggio, una porta d'accesso che si apre su uno spazio che si fa vuoto e silenzioso, quando espresso con delicati intarsi di china e colmo di energia giocosa e solare, quando l'artista lavora alle sue opere annegate nel colore.

Meditazione e giocosità coesistono. Apparentemente distanti, entrambe sono praticate in uno stato psichico di assoluta concentrazione, l'una totalmente ripiegata dentro di sé, l'altra spinta totalmente tesa verso il fare. L'artista che dipinge, colui che medita o il bambino che gioca sono accomunati dall'essere assorti e completamente indifferenti al mondo circostante, non conta lo spazio, né le ore che passano, né la fame o la sete. Conta solo il gesto ripetuto all'infinito, la parola, il segno o la pratica che diventano rituale e generano automatismi, che lasciano spazio allo sprigionarsi di energie mentali essenziali allo sviluppo della creatività.

E' quello che lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi identifica con il termine flow, l'essere immersi in un flusso creativo: “Quando si è coinvolti in un'attività fine a se stessa l'ego si annulla. Il tempo vola. Ogni azione, movimento e pensiero si susseguono naturalmente, come guidati da una logica interna che non necessita più interventi consapevoli. Si sperimenta un flusso unitario che unisce il prima e il dopo naturalmente, in cui l'intero essere è coinvolto e le proprie capacità sfruttate al massimo”.

Una condizione non troppo lontana da quella della presenza totale della filosofia orientale, dalla pratica del distacco tramite la ripetizione rituale di parole sacre, dell'inconsapevole perdita di sé data dalla completa concentrazione sul fare, tanto da scordare l'essere, che respira e fluisce nell'opera d'arte, finalmente libero dalle briglie della ragione. Uno stato di meditazione profonda, che conduce all'illuminazione.

E proprio a questo si riferisce il termine Vajrayana, Veicolo Adamantino in italiano, una pratica del Buddhismo Mahayana. Vajrayana mostra la via per la liberazione dal dolore, ottenuta raggiungendo uno stato di coscienza illuminato, al di là della vita e della morte, che risveglia il nostro sé addormentato. Una condizione in cui la mente si osserva e osserva il mondo, imperturbabile.

Osservare. Ritrovare un momento per un guardare-attivo, non solo un vedere-passivo.
Guardare l'opera d'arte incuranti del tempo che scorre, fino a perdersi, dimenticarsi di sé e poi ritrovarsi. Come per l'artista quando dipinge, così per chi osserva, questo può accadere solo immergendosi nel flusso, lasciandosi scivolare tra linee e colori in uno stato contemplativo, in cui le macchie di giallo, turchese e verde assumono forme e significati differenti a seconda della propria percezione.

E poi nascosto tra gli acetati e le carte, ma visibile a un occhio attento, emerge il blu intenso del corpo “trasparente come un arcobaleno” di Vajrapani, divinità Buddhista forte di un'energia cristallina in grado di sconfiggere le tenebre e i demoni interiori. Figura dinamica, caratterizzata da rapidità e tensione, elementi che ritornano nella gestualità dell'artista all'opera sugli acetati, dove il colore è tirato con decisione grazie all'aria compressa e indirizzato dai movimenti rapidi del braccio.

In questo dinamismo è racchiuso il legame con un altro gesto, altrettanto fisico e caro all'artista, quello del tracciare una linea con lo spray su un muro. Un gesto guidato dalla necessità di essere rapidi e dalla volontà di essere incisivi propria del writer, che abbandona allo sguardo inconsapevole dei passanti la traccia della propria presenza nelle strade della città.

venerdì 4 novembre 2011

Sculture viventi



Per carità non venitemi a dire che questa non è arte, e non perché non abbiate tutti i diritti di dirlo ma perché, in questi tempi di trapasso epocale, nessuno può arrogare a sé la carica di giudice e fare avventatamente pollice verso di fronte allo stupefacente non catalogabile.

Lo scultore olandese Theo Jansen riesce a infondere il soffio vitale dentro strutture fabbricate con tubi in PVC e trasformarle in creature fantastiche dai movimenti aggraziati e agili. Sono scheletri in grado di camminare alimentandosi semplicemente di vento. Il risultato è qualcosa di incredibile, tra il fantasy e lo steampunk in versione modernizzata.

rubato da che a sua volta l'aveva rubato da

l'erotismo e il senso del bello

ieri pomeriggio ero in palestra; alla fine dell'allenamento, nello spogliatoio, di fronte a me un ragazzo, uscito dalla doccia, comincia a rivestirsi. un viso qualunque, ma un corpo semplicemente perfetto: muscoloso e possente, ma di proporzioni armoniose; muscoli allenati, ma non artificiosamente gonfiati. in un attimo ho pensato: se fossi gay, farei di tutto per farmi rimorchiare da lui. un attimo dopo lo vedo che si infila un paio di calzini corti blu e con indosso solo quelli e le mutande se ne va allo specchio ad asciugarsi i capelli, con l'aggiunta di un paio di ciabatte di plastica blu a fascia che nel mio personale immaginario sono appena un gradino più su delle birkenstock. la sua immagine potenzialmente erotica è crollata in un singolo istante, non mi sarei fatto avvicinare da lui nemmeno se fossi stato gay all'ennesima potenza e in astinenza da settimane.

si sa, l'erotismo dei maschi passa inevitabilmente attraverso gli occhi: i meccanismi di questo son talmente noti che non starò qui a dilungarmi sulla faccenda; ma mi son trovato a riflettere sul fatto che trovo eccitante e desiderabile la mia donna anche appena sveglia, anche quando si aggira per casa ancora assonnata, in pigiama. e non è soltanto per via del sentimento che ci lega, perché il desiderio che mi si accende dentro è di natura squisitamente carnale, e quindi soggiace alla richiesta di soddisfazione dei sensi, nessuno escluso. ma è sufficiente che io indovini la curva delle sue natiche, o che la bianchezza della sua pelle deflagri ai miei occhi, mentre si scosta i capelli dal collo, perché il mio desiderio si scateni, senza quindi bisogno di un apparecchiamento particolare che me la faccia apparire più desiderabile.

il giorno stesso avevo guardato questo documentario, e non ho potuto fare a meno di compiangere tutte quelle donne in esposizione come vacche al mercato: non tanto per il fatto di mostrarsi unicamente come esplicito oggetto di desiderio sessuale (magari a qualcuna piacerà pure e, nel giusto contesto, non ci trovo nemmeno nulla di intrinsecamente malefico), quanto per soggiacere all'inganno che esista un unico modello estetico e che soltanto quello sia capace di accendere il desiderio maschile: visi, corpi e abbigliamento standardizzati su un modello che è proprio della pornografia industriale.

oggi invece mi cade l'occhio su una galleria fotografica di repubblica.it e non posso fare a meno di apprezzare la differenza: c'è ingenuità e a tratti anche un sano atteggiamento ruspante in quelle pose demodé, ma c'era anche un desiderio di attirare l'occhio del malizioso spettatore senza incappare nella spersonalizzazione: donne che accettano di essere viste come oggetto di desiderio, ma rimangono soggetti attivi nel proporre la loro personale idea di seduzione, una mediazione tra l'oggettività del corpo, e della sua peculiare bellezza, e la soggettività dello sguardo concupiscente.



guardo il corpo di un uomo e il godimento estetico che ne traggo è rovinato da particolari di sciatteria, perché in realtà io non lo desidero davvero, ma un desiderio autentico non ha necessità di orpelli didascalicamente maliziosi: si pasce piuttosto di individualità, di unicità. nella realtà delle cose, non a tutti piace jessica rabbit, o perlomeno non piace sempre e solo jessica rabbit, come non a tutti interessa l'ultimo iphone e non a tutti interessa il campionato di calcio, e via discorrendo. ma sta a ciascuno di noi rivendicare con forza il diritto alle opinioni, ai gusti personali e alla loro estrema varietà.

lunedì 31 ottobre 2011

le mammelle di Tiresia

Miei cari amici ladri, sono stata piuttosto latitante in questi mesi e nemmeno  prometto  per il futuro la mia presenza costante, ma oggi sono qui e mi è venuta voglia di condividere con voi un bottino secondo me degno di questo alloggio.

Parigi, Opéra-Comique, 3 giugno 1947  va in scena la prima opera teatrale di Henry Poulenc , musicista di raffinata creatività.
La scelta del libretto cade sul "Drame surréaliste" di Apolinaire in cui il poeta  si ispira, in forma ironica, al mito greco dell'indovino androgino Tiresia.
Egli intendeva parodiare, con il sarcasmo paradossale che gli era proprio, la propaganda che al tempo si diffondeva pressante in Francia per scongiurare un repentino calo demografico  e che portò a istituire uno speciale sistema di licenze per i soldati impegnati in guerra  affinché potessero periodicamente raggiungere il proprio talamo.
L'opera "Les Mamelles de Tiresia" alla sua uscita  fece inorridire la stampa e i pittori cubisti andarono su tutte le furie perché nel testo si ironizzava pesantemente su di loro.
 La trama sfugge a un rigido ordine logico, ed è aperta a tutte le divagazioni funzionali alla poetica del surrealismo ‘realista’ di Apollinaire, così ben riassunto dal poeta: «Quando l’uomo ha voluto imitare la marcia, ha creato la ruota, che non assomiglia affatto a una gamba. Ha fatto così del surrealismo senza saperlo».

Vi risparmio la trama, decisamente contorta  basata sostanzialmente su equivoci e giochi di parole ma voglio condividere con voi un video dell'aria in cui Teresa (la protagonista) si ribella al marito e al ruolo di riproduttrice a cui è destinata da un consolidato costume, si sbottona perciò la camicetta, facendo volar via le mammelle. Al marito che, incredulo, le chiede spiegazioni, Teresa risponde che d’ora in poi porterà il nome di un uomo, Tiresia.
Eccovi una simpatica interpretazione del soprano Marie Devellereau

venerdì 28 ottobre 2011

da che parte sono girata

Siamo tutti complici, scrivevo sul mio blogghettino storico, quello da conservare come un ficus eroico che resiste ai traslochi, alle correnti fredde ed alle innaffiature irregolari.
Sai cosa? Per me la colpa di tanta sofferenza umana è proprio che l'abbiamo violentata, offesa, strapazzata, 'sta benedetta bellezza.
L'abbiamo troppe volte confusa con delle robe sgrause tipo il lusso.
E invece no.

Sotto un cespo di rose scarlatte
offre il rospo tè caldo con latte.
Sotto un cespo di rose paonazze
tocca al rospo sciacquare le tazze.
(le rose scarlatte, t.scialoja)


oppure qua (ascolta)o anche qua (guarda)

p.s. la bellezza certe volte fa ridere e altre fa piangere: saper distinguere le due cose ti mette dalla parte di quelli capaci di rubare le cose giuste.

E i veri ladri sono quelli che non vedono, non cercano, si accontentano.

mercoledì 26 ottobre 2011

Swoon: Dithyrambalina

Ho già parlato di Swoon, un'artista che mi piace molto sia per motivazioni, che per concept, materiali e prassi con i quali realizza le proprie opere. Dopo alcuni anni passati a girare con vascelli pirata, l'artista newyorkese è ora a New Orleans, dove sta realizzando il suo nuovo progetto per la comunità: Dithyrambalina.

Dithyrambalina è una casa in corso di costruzione la cui architettura riprende le forme dei cottage di Bywater, quartiere creolo di New Orleans ancora pieno di casette ed edifici abbandonati (dopo la devastazione di Katrina).



La sua caratteristica è che essa sarà contemporaneamente spazio residenziale, luogo accessibile alla comunità (per progetti, laboratori, mostre) e music-box - ovvero vero e proprio strumento musicale, seguendo le proposte dei vari artisti e musicisti che stanno collaborando con Swoon per renderla 'suonabile' attraverso sistemi di bottoni e leve disseminati qui e là per la casa che attiveranno strumenti inseriti nelle pareti e nei pavimenti della stessa.

Potete seguire la realizzazione del progetto dal blog, così come incontrare virtualmente tutti gli artisti - tra i quali il collettivo del New Orleans Airlift - che stanno mettendo l'anima per fare rinascere la città di New Orleans.

mercoledì 19 ottobre 2011

Norman McLaren: Pen Point Percussion (1951) e A Phantasy (1949)

Norman McLaren (1914–1987) è stato un regista canadese di film d'animazione, nel realizzare i quali ha utilizzato tecniche diverse - dal disegno animato, alla pixillation (l'inserimento di attori veri in sequenze animate), all' animazione ottenuta con la carta ritagliata, alla stop-motion, all'elaborazione dei suoni mediante intervento diretto sulla banda sonora.

Proprio quest'ultima tecnica è il soggetto della lezione che McLaren impartisce con il brillante corto Pen Point Percussion (1951) qui di seguito, che vi segnalo a mo' di introduzione al suo lavoro.



Il film che però, oggi, vorrei dare come contributo al bottino è A Phantasy (1949) - una sinfonia sonora e visiva, caratterizzata da ritmo, colore e apparente inutilità della sperimentazione. Ma che a me provoca sempre emozioni positive.
Anche perché in questo momento abbiamo bisogno di immaginare, di giocare e di pensare fuori dagli schemi - guardando oltre la meschina, triste e grigia realtà quotidiana - altrimenti non ne veniamo più fuori.
Buona visione!

giovedì 13 ottobre 2011

mecenatismo: è possibile

martedì scorso ha avuto inizio la stagione musicale del teatro cucinelli, a solomeo (pg), con lo spettacolo opera I: les suites et la danse: l'accademia hermans ha eseguito la suite in si minore per flauto traversiere, archi e basso continuo BVW 1067 di bach e la suite in mi minore per due flauti traversieri, archi e basso continuo di telemann, mentre sul palco la compagnia astra roma ballet interpretava perfettamente la giocosità e la leggerezza della musica dei due giganti barocchi.

grazie alle mie conoscenze altolocate, ho potuto presenziare alla seconda serata dello spettacolo, ieri sera, in un'atmosfera quasi fatata e assolutamente perfetta. il piccolo teatro ha un'acustica impeccabile, come pure impeccabile è stata l'esecuzione da parte dei musicisti e dei ballerini, liberi oltretutto dalla tensione della prima. la musica è fluita potente e leggera al tempo stesso, una macchinetta dagli ingranaggi perfettamente combacianti e oliata a regola d'arte, e i ballerini sembravano danzare sulle nuvole, con movimenti così aggraziati da far sembrare naturali anche i gesti più atleticamente impegnativi.

ma, al di là della bellezza implicita nelle opere presentate e nel loro confezionamento, mi preme sottollineare come tale bellezza sia stata celebrata nel modo migliore, mettendo gli artisti nella condizione di poter dare il meglio di sé. le mie conoscenze altolocate di cui sopra, vale a dire il mio collega di stanza e incidentalmente presidente dell'accademia hermans e flauto traversiere nella stessa, ha goduto di tre giorni di ferie per le prove e gli spettacoli, e stamattina è tornato in ufficio. immancabili i commenti del secondo minuto (quelli del primo glieli avevo fatti a caldo): essere messi nelle condizioni di dover pensare solo alla musica è ambizione raramente soddisfatta, ma che grazie a un imprenditore illuminato quale è brunello cucinelli diventa concretezza. l'accademia hermans è orchestra residente del suo teatro dal 2010, e il suo supporto costante all'attività artistica è per lui motivo di vanto: quando rilascia un'intervista sulla sua attività (produce cachemire di alta qualità) che prevede una ripresa video, cucinelli preferisce l'ambientazione del suo teatro, nel borgo medievale restaurato grazie ai suoi contributi, mentre l'orchestra prova i prossimi spettacoli. il suo concetto di eccellenza è a tutto tondo, quasi da uomo rinascimentale: l'eccellenza nella produzione manufatturiera non può prescindere dal perseguire la bellezza nelle sue forme, e la bellezza non può essere raggiunta se chi la crea non è messo nelle condizioni ottimali per farlo.

cucinelli ricerca una qualità senza compromessi e crede nei valori che storicamente hanno caratterizzato l'italia nel mondo, e favorisce la produzione artistica e artigianale, non solo con interventi diretti (i suoi dipendenti percepiscono uno stipendio del 20% maggiore rispetto alla concorrenza), ma anche con operazioni di mecenatismo e investimenti per la riqualificazione del territorio. avrebbe voluto diventare un filosofo e a modo suo lo è diventato: un filosofo praticante,  magari, ma in tempi in cui la vuotezza delle parole è ormai soverchiante, ben venga la prassi, soprattutto quando è supportata da così nobili intenti.

"per tre giorni ho vissuto in un altro mondo", mi ha detto il mio collega. migliore: è sottinteso. e ora si torna, ahimé, ciascuno al suo scilipoto. ma prima, enjoy:

martedì 11 ottobre 2011

Jorge Luis Borges / Poema dei doni

Non posso/voglio commentarla, ve la lascio così:

Non degradi a lamenti né a rimbrotti
nessuno l'indiscussa valentìa
d'Iddio  che con mirabile ironia
mi ripartì libri e incessanti notti.

Mise in balìa questo feudo libresco
di occhi senza luce, cui è concesso
soltanto in biblioteche di un fiabesco
sogno lambire il frasario sconnesso

delle albe alla lor brama. Invano onusti
pròdiga il giorno a quegli occhi i suoi scritti,
ardui come ardui i manoscritti
che in Alessandria furono combusti.

Di fame e sete (narra una storia greca)
languisce un re fra zampilli e giardini;
io senza mèta arrovello i confini
di questa immane biblioteca cieca.

Mappe, enciclopedie, l'oriente
e l'occidente, regesti, dinastie,
simboli, cosmi e cosmogonìe
offrono le pareti, inutilmente.

Nel mio buiore la cava penombra
lento frugo col bàcolo indeciso,
io che mi figuravo il Paradiso
come una immensa biblioteca ingombra.

Qualcosa che per certo non risiede
nel vocabolo azzardo alle infinite
cose sovrasta; e altri fu in sbiadite
sere altresì di libri e ombre erede.

Al deambular fra quei lenti scaffali
presumo con un vago sacro orrore
d'esser altro, il defunto, esecutore
d'identiche movenze in giorni uguali.

Qual dei due scrive mai questo poema
di un io plurale e di una ombra sola?
Che importa del mio nome la parola
se indiviso e ben uono è l'anatema?

Groussac o Borges, miro questo mio
caro mondo che si deforma e smaga
in una pallida cinigia vaga
che s'apparenta al sogno e all'oblìo.

giovedì 6 ottobre 2011

Nuova? No, lavata con perLana

Non è che solo perché una è una gnocca pazzesca (mi rifiuto di concedere l'uso esclusivo del termine a Berlusconi, perché altrimenti avrebbe davvero vinto lui su tutta la linea) debba per forza fare musica di merda. A conferma di questo teorema, arriva una cantante rivelezione. Nuova? No, lavata con perLana.
Lana Del Rey è infatti sì un’artista giovine e fresca, ma allo stesso tempo flirta alla grande con musica e stili provenienti dritti dal passato. Oltre ad avere una voce profonda e amazing, possiede un fascino d’altri tempi, da novella Brigitte Bardot Bardot, cosa che se alle orecchie non aggiunge nulla, agli occhi nemmeno male fa.
In attesa dell’album d’esordio, per ora è già un piccolo web-fenomeno grazie a un paio di sue canzoni una più bella dell’altra che circolano in rete e a voi lascio solo una scelta: quale amare di più perché io non saprei sceglierei, non saprei.

(grazie 1000 a CheRotto del blog OsirisicaOsirosica per avermela segnalata su faccia da libro)