Blog di resistenza all'incedere del brutto


Per me la bellezza è Kurt Cobain che sfascia una Fender, è Mila Kunis che infila la lingua in gola a Natalie Portman, è una domenica mattina dannatamente post-alcolica. Cannibal Kid

Bellezza è un'umanità creata dallo scandito rincorrersi degli opposti, senza ripensamenti. La mia bellezza è libertà. Saharajoyce


continua...

sabato 30 aprile 2011

bellezza senza nome

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C’è stato un tempo in cui le sole mie passioni erano pioggia e povertà.


Adesso sento la purezza dei limiti e la mia passione non ci sarebbe se ne sapessi il nome.








(“C’è stato un tempo”, Ancora / Libro del freddo– Antonio Gamoneda)










[ Uno dei  più grandi limiti  dell'uomo è voler dare un nome a ogni cosa, ad ogni emozione, ad ogni evento, ad ogni istante;  ragionare il desiderio, confinare il sentire, dettagliare un'emozione.  Ma nel momento in cui si riesce a sezionare la bellezza, cosa rimane di questa? quando si anatomizza  la voluttà, dove finisce il fuoco che la alimenta? la mia passione non ci sarebbe se ne sapessi il nome.]

venerdì 29 aprile 2011

Quelli che le donne le accarezzano: i pittori innamorati


Prima della mia atletica e orgogliosa defenestrazione, lavoravo in una prestigiosa casa editrice. Il magazziniere Agostino, sedicente esperto di pratiche amatorie, con aria saputa mi diceva: “Te la sei presa una copia dell’agiéz?”. Secondo lui, di tutti i libri meravigliosi che uscivano ogni anno, l’agiéz era l’unico degno di sguardo. Un giorno, in biblioteca d’arte, me lo presi. Lo sfogliai, tavola dopo tavola. Mi guardavo intorno, arrossivo, chiudevo, riaprivo e intanto venivo travolta dalle immagini al punto da ignorare luogo, ora e mummie in transito.
Possibile, che da un testo stampato in migliaia di copie, su un artista dell’Ottocento, con riproduzioni di disegni in bianco e nero, si sprigionassero tanta vita e tanta passione e tanto sesso?
Vi siete risvegliati? Ecco, lo sapevo che avreste fatto un saltino! Basta dire “sesso” e l’occhietto si riapre… funziona sempre!

Dicevo, pagina dopo pagina sempre loro: due corpi innamorati, allacciati, variamente combinati: lui e lei: Hayez e la Zucchi, Il pittore e la modella (o meglio il pittore e la “monella”).
Non volessimo credere ai suoi contemporanei, non volessimo credere alle sue Memorie, come possiamo dubitare di questi disegni? Doveva essere proprio un grande amante Francesco Hayez.
E poi, basta guardare lei, la Carolina, che nel ritratto della GAM, a Torino, se lo mangia letteralmente con gli occhi. “Ma smettila, posa i pennelli e vieni qua”, sembra dirgli.
Lei è malata quel giorno - così recita il titolo del dipinto - direi di quella febbricola simpatica che regala un vago senso di ubriachezza, quel “trentasette e tre” che allora non esisteva (non esistendo ancora il termometro moderno) ma che oggi permette ad alcune privilegiate di addurre una leggera indisposizione e stare a letto.
“Vieni qua bel topolone…” (Hayez e i santi padri della Storia dell’arte mi perdonino!).
Lui posa tutto e inizia le danze, a un certo punto, dopo dieci o dodici tavole - sto ancora sfogliando il catalogo - lui si ferma e dice: “Dai Carolina, adesso mettiti in posa, perché devo dipingere l’angelo dell’Annunciazione” (anche questo in GAM).
Il ritratto di Carolina in camicia notte, su una parete, l’angelo dell’Annunciazione sull’altra. Tra l’uno e l’altro i disegni erotici (Hayez privato, Umberto Allemandi, Torino 1997).

Mi ha sempre divertito questa doppia lettura. Perché si capisce.
Si capisce benissimo chi le donne le accarezzava e chi invece le misurava!
L’artista che ama e pratica le donne (come si diceva una volta), va oltre la forma del corpo, arriva a restituire la morbidezza delle carni, la sericità della pelle, il tepore del respiro. Quando poi la donna è la sua, le dipinge negli occhi il ricordo di ciò che è appena stato e sul sorriso la promessa che tutto accadrà di nuovo.

Ho tra le dita il filo rosso della passione, vado indietro nel tempo e mi diverto a rileggere le biografie degli artisti che tanto mi annoiavano da ragazza. Riprendo in mano il Vasari e mi fermo su un altro pittore angelico: Raffaello.
Me lo figuro trentenne, cortigiano del papa. Intellettuale, archeologo, architetto e pittore.
Non mi basta, mi leggo l’epistolario e lo scopro spiritoso, umile e colto.
Non mi basta e leggo i suoi sonetti e, come se già non si sapesse, lo scopro innamorato.

“Tal che tanto ardo, che né mar, né fiumi
Spegner potrian quel foco, ma non mi spiace”

Le tracce di questo calore, che si perdono nelle opere ufficiali, emergono delicate e inequivocabili nei ritratti di colei che amò sopra tutte: Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere.
Nel ritratto della Fornarina, capelli neri e pelle candida, seminuda su sfondo scuro (Roma, Galleria Nazionale di Arte Antica), o in quello detto La Velata (Firenze, Palazzo Pitti) ecco gli occhi colmi e il sorriso complice della donna che risponde amore all’amore.
E’ la sua donna. La sua sposa segreta. Finita la seduta di posa tornerà tra le sue braccia, e il giorno dopo (o in quelli a venire) andrà a prestare volto e corpo alla ninfa Galatea (Roma, Villa la Farnesina), alla Madonna Sistina (Dresda, Gemäldegalerie), all’efebo delicato che ci guarda dritti negli occhi dalla Scuola di Atene (Stanze Vaticane).

"Quanto fu dolce il giogo e la catena
de’ toi candidi braci al col mio volti
Che sogliendomi io sento mortal pena.

Ma un giorno l’incantesimo si spezza.
Il cardinal Bibbiena vuole dargli in sposa la nipote dunque la relazione con la bella popolana deve essere interrotta.
L’amore inoltre distoglie, distrae, rallenta, involgarisce.
Raffaello, il divin fanciullo, potrebbe perdere il favore del papa.
Così a malincuore, ufficialmente, obbedisce, si allontana, ma ancora la cerca di nascosto, la ama di notte, dipinge di giorno. Si rode di gelosia, si ammazza di lavoro, infine si ammala e muore.

Cosa dire di più? Già allora era difficile far andare d’accordo amore e precariato.
Devo essere un po’ cinica, altrimenti piango…

LICENZE POETICHE
Prima licenza: nel mio racconto per seguire il ritmo, cito prima l’Angelo e poi il ritratto di Carolina “malata”, in realtà l’ordine cronologico di questi due dipinti è inverso. Entrambi vengono comunque realizzati tra il 1824 e il 1825, nel pieno della relazione tra il pittore e la sua modella che durò dal 1820 al 1830.
Seconda licenza: Nelle sue memorie Hayez da “vero” galantuomo ci spiega chiaramente che Carolina in occasione del dipinto tra le lenzuola stava benone e devo dire che, al suo posto, sarei stata benone anch’io.

giovedì 28 aprile 2011

La brillantezza, il tempo del sogno e la pittura yolngu

Il precedente post di Sull'amaca mi ha fatto venire in mente un argomento del quale prima o poi avrei voluto parlarvi, ovvero della qualità della “brillantezza” perseguita in parte delle arti visive dell'Australia aborigena.
Howard Morphy (qui il suo profilo completo) ha studiato a lungo la pittura cerimoniale degli yolngu – popolazione che abita da decenni in insediamenti urbani nell'area dell'Arnhem Land (Northern Territory) e che solo recentemente sta tornando ai luoghi tradizionali nella foresta – focalizzando la propria attenzione sulle opere prodotte a livello locale per scopi rituali, opere comprensibili solo con un’indagine che tenga conto contemporaneamente di più variabili.

La prima variabile è quella del contesto culturale in cui l'opera viene realizzata e fruita. Nella religione aborigena australiana, che si presenta estremamente articolata nel numero degli esseri ancestrali – in cui si combinano attributi umani e animali – che ne fanno parte e dei miti che li vedono protagonisti, si ritiene che il territorio sia stato creato in un tempo detto ‘del sogno’ (che in realtà è un tempo eterno che include passato, presente e futuro) dal passaggio di tali antenati i quali, nel percorrere grandi distanze, lasciarono tracce del loro passaggio, dei luoghi in cui si fermarono, delle piste che seguirono ecc., che si risolsero in tutti gli elementi naturali riscontrabili in un paesaggio: monti, colline, fiumi, stagni ecc.
Nel compiere tali percorsi, gli esseri ancestrali attraversarono il territorio di uno o più gruppi sociali, che da quel momento furono legati a specifiche configurazioni di animali totemici propri di quegli antenati. Ciascun clan (famiglia estesa che si riconosce nella medesima configurazione) è quindi ora ‘custode’ di una specifica configurazione di animali totemici, cui sono associati specifici miti e rituali.

The Milky Way di Mawalan Marika
Una seconda variabile è data dalla premessa che presso gli yolngu – ma lo stesso vale anche per le altre popolazioni aborigene australiane – non vi è distinzione tra i generi espressivi come da noi (danza, musica, pittura, canto ecc.) i quali vengono piuttosto, nella tradizione, attivati tutti contemporaneamente nel contesto rituale. In queste occasioni il gruppo racconta miti, interpreta danze, musiche e canzoni, dipinge il proprio corpo e altri supporti, in funzione di specifici scopi, e condivide e tramanda il sapere proprio della comunità.
Le pitture realizzate dagli yolngu a scopo rituale sono indicate come maradayn miny’tji – dove ‘miny’tji’ significa ‘pittura’, mentre ‘maradayn’ è l’insieme di danze, canzoni, pitture, oggetti sacri e incantesimi rituali – e ciascun clan possiede un particolare disegno che distingue le sue pitture da quelle degli altri clan.
Tali pitture cerimoniali sono legate agli esseri ancestrali sotto due aspetti:
- considerando l’atto pittorico in sé, gli yolngu ritengono che i loro disegni siano apparsi per la prima volta sul corpo dei vari antenati;
- considerando il significato dei disegni, questo rimanda invece a eventi del passato mitico che hanno portato alla creazione del paesaggio; in questo senso una pittura può essere considerata una 'mappa' del territorio di un clan.

Qual è però la finalità della pittura nel contesto rituale e dove appare – e perché – questa variabile della brillantezza?
Ciò che interessa a un artista yolngu sono tre cose: produrre un disegno corretto, ottenere un certo effetto sui sensi del fruitore e fare sì che il disegno sia un efficace veicolo di poteri magico-religiosi. Ma la pittura su corteccia non ottiene tali risultati unicamente tramite la rappresentazione figurativa o simbolica di miti e relazioni: un elemento di particolare rilievo per il conseguimento delle finalità indicate afferisce infatti allo stile con cui sono espressi i contenuti. Tale elemento è il bir’yun, traducibile con ‘brillantezza’.
In senso ampio e generale, il bir’yun è ogni intensa fonte o rifrazione luminosa, come ad esempio i raggi di sole o i giochi della luce che si riflette sull’acqua. Nel caso specifico, il bir’yun di una pittura è un effetto visuale creato dall’intreccio di linee tratteggiate che copre la superficie di una pittura cerimoniale. Prima dell'intervento pittorico che dona il bir’yun, la pittura appare ancora opaca: un insieme sgranato di figure in nero e giallo su sfondo rosso. Dopo l’esecuzione di vari tipi di tratteggio incrociato la superficie acquisisce invece un aspetto brillante e i suoi elementi risultano chiaramente definiti.

Gumatj at Yirrinyina di Madinydjarr Yunupinu
Nella maggior parte dei casi il bir’yun è una qualità estetica associata a emozioni positive. Ogni pittura, però, ha quindi anche un suo specifico insieme di connotazioni che possono mutare l’emozione e attivare energie negative. Questa è una delle ragioni per cui le linee a tratteggio incrociato delle pitture sono intenzionalmente sbavate o ricoperte prima dell’esposizione in pubblico, così come spesso distrutte nel giro di poche ore e minuti dalla loro elaborazione: queste pitture sono infatti da fruirsi con una visione breve, sfuggente e limitata – utile a enfatizzare l’instabilità percettiva alla base dell’effetto di brillantezza.

La qualità estetica della brillantezza, infine, non appartiene solo ai dipinti su corteccia, ma anche a quelli sul corpo umano: se molte cerimonie yolngu operano per incrementare il potere spirituale degli individui e della comunità, uno dei modi più usati per ottenere questo risultato è quello di trasformare le persone in 'oggetti sacri' rendendole brillanti, e a questo scopo gli yolngu usano materiali come sangue, argilla, grasso animale, cera di api, ocra rossa e gialla, piume di pappagallo che hanno la proprietà di risplendere alla luce per disegnare quelle figure e quei simboli che li rendono partecipi dell’energia legata al passato ancestrale.

mercoledì 27 aprile 2011

affetti speciali

ti cerco. ti cerco dove so di trovarti, ti cerco dove sei stata, seguo tutte le tracce che hai lasciato, a ritroso e trasversalmente.

trovo una molecola di te nell'aria e la seguo come farebbe un segugio, finché svanisce, diventa qualcos'altro, qualcosa che non suscita più l'interesse delle mie cellule olfattive, che recano l'impronta di te.

spio. guato, sbircio, butto un occhio come fa chi guarda di sottecchi nella scollatura della sua interlocutrice, nell'attimo esatto in cui lei gira lo sguardo.

ti cerco anche dove dovresti essere e sistematicamente invece non ti trovo mai, e ovviamente ti cerco dove so di trovarti, ma questa è un'altra storia.

d'altra parte, ti spierei anche se fossi qua. che ne so, aspetterei che tu dormissi per guardarti il culo, come se nel resto del tempo non fosse esposto ai miei sguardi, come se il tuo corpo non mi appartenesse.

è avidità, è un'ossessione buona, quella di avere sempre la mente il corpo gli occhi pieni di te - tutto ciò che sei mi riguarda.

quando ci sei, guardo in segreto i tuoi movimenti, le tue espressioni, i particolari del tuo corpo. e poi li rievoco uno ad uno nei lunghi istanti della tua assenza, e soprattutto ogni volta che qualcosa, qualcuno mi fa ripensare a loro.

un furto di bellezza, un furto per affetto, per amore. la mia personale spycam cerebrale puntata 24 ore su di te.

martedì 26 aprile 2011

This is my last goodbye

Quello di oggi preferisco non chiamarlo furto, ché se no sarebbe considerabile proprio come trafugamento. Piuttosto è un omaggio.
Se n’è andata a 53 anni Poly Styrene, nome d’arte spaziale di Mary Joan Elliott Said, cantante degli X-Ray Spex. Definita da molti icona punk, ma io preferisco iconoclasta punk, ci ha lasciato in eredità varie perle di pura bellezza grezza, tra cui questa “Oh Bondage, Up Yours”, non so perché mai usata (finora) in nessun film di Tarantino, per cui sarebbe perfetta colonna sonora.

Un altro pezzo di punk che se n’è volato via, lasciandoci sempre più soli in mezzo alle ceneri di questo conformismo.

lunedì 25 aprile 2011

Guardare in controluce le fronde

Nei giorni scorsi cercavo di pensare a cosa pubblicare per scrivere un post sul blog. Un testo che rappresentasse un canone di bellezza valido ma in questo periodo della mia vita.
Avevo varie idee in testa ma non mi convincevano. Poi è arrivata Domenica mattina e ho deciso di fare una passeggiata. Sono andato in città con l'auto e l'ho parcheggiata, fortunatamente, rapidamente. Avevo voglia di camminare lungo l'argine. Poco dopo ho raggiunto la zona vicino all'ansa del fiume. Lì mi sono appoggiato con le braccia al parapetto e mi sono messo a guardare il fiume attraverso gli alberi.

Brigata partigiana Alphaville


Ho lavorato per anni in un Archivio della Resistenza, e avuto l'onore di incontrare e ascoltare molti anziani partigiani. Questa esperienza personale, insieme a molte altre che in me nel tempo l'hanno richiamata, riecheggiata e sostenuta, è diventata parte della mia identità così che non mi potrei pensare figlia di nessun'altra storia, né di alcun altro luogo.
Oggi, senza alcuna retorica, voglio condividere con voi quella che per me è la canzone più commovente, bella e intensa sulla Resistenza - una canzone che per tante ragioni mi dà oltretutto sensazione di 'casa'.

Brigata partigiana Alphaville è un brano di Lalli. Lalli è stata a lungo la cantante del gruppo torinese dei Franti, formazione del movimento punk anarchico italiano per il quale qualsiasi ascrizione a uno specifico genere musicale sarebbe quanto meno un atto riduttivo, spaziando loro tra punk, rock, jazz e folk. Nel 1999, sciolto da un decennio il gruppo, Lalli pubblica l'album solista Tempo di vento, che include questa canzone che lei dedica al padre e che oggi io dedico a tutti quelli che hanno combattuto per la nostra libertà.





Brigata partigiana Alphaville

Scesi dall'auto a toccare il mondo
come venuti dalle stelle
ci guardavamo attorno, senza fretta.

Colletti alzati delle giacche,
nella testa solo un richiamo,
rumore sordo di mare, un uragano.

Mi sorprendono gli occhi di tua madre,
mi trapassano, se ne vanno,
proprio mentre il ponte saltava in mille scintille...

Oggi sono vecchio e stanco,
è aprile e vento, ho più paura,
così sono venuto a chiederti, fammi questo piacere,
ti prego, questo piacere

Canta la mia canzone preferita,
ti prego, cantala,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita,
cantala dove la mia mano potrà vedere,
cantala dove anche il mare si può riposare

Vedi, non potevo davvero,
non potevo di certo
guardare le altre luci brillare
senza provare a toccarle,
canta la mia canzone preferita,
ti prego, canta,
cantala in questa mattina
appena appena impazzita.

domenica 24 aprile 2011

Il Cretto di Burri bis


Ci sono dei momenti nella mia vita che mi sento una incompresa, sono mossa dalle migliori intenzioni ma di quello che dico o faccio si coglie solo una lettura negativa così per cercare di rimediare divento una vera pasticciona, seguo i miei impulsi distruttivi e cancello tutto quello che ho costruito ma il risultato è sempre deludente...
Un paio di post fa l'ispirazione creativa di “piccola ape furibonda” mi aveva spinto a raccontare, in malo modo come poi si è visto, l'opera scultorea di Alberto Burri, celebre pittore nostrano che si è distinto nello stile dell'Arte Povera, cedendo alla richiesta di riparlarne cercherò oggi di fare meglio.
Medico militare fu deportato nel periodo bellico in un campo di concentramento dove cominciò a dipingere utilizzando materiali di fortuna realizzando lo stile informale.

Sotto la definizione di "arte informale" si trovano diverse forme di espressione e di stili. L'elemento accomunante non è la negazione della forma in quanto tale, ma quello di dare libera espressione alle pulsioni e alle emozioni individuali.
L'informale si divide in tre grandi linee a seconda che nelle opere dominino il gesto, la materia o il segno, Alberto Burri appartiene alla corrente dell'informale materico. Secondo Burri l'arte interviene dopo avere creato, nel suo caso, dunque, dopo l'assemblamento della materia stessa. 
Uno dei molti esempi che si possono fare è quello dell'opera Rosso plastica (1964), costituita da un telo di plastica colorato con un rosso acceso bruciato da una fiamma ossidrica. Burri utilizza il fuoco come pennello per dipingere. 
Ne risulta una plastica rotta, addensata, ferita dai colpi di calore; questo effetto accostato al rosso violento del colore accentua la drammaticità dell'immagine, lo spettatore si trova di fronte alla "pelle ustionata" della pittura.
Nel 1973 inizia il ciclo dei Cretti e su questo filone colloca l'immenso sudario di cemento con cui rivestì i resti di Gibellina in un mirabile esempio di Land Art.
il Cretto di Alberto Burri è un gigantesco monumento della morte che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città distrutta dal terribile terremoto del 1968.
Esso infatti sorge nello stesso luogo dove una volta vi erano le macerie, attualmente "cementificate" dall'opera di Burri.
Dall'alto l'opera appare come una serie di fratture di cemento sul terreno, il cui valore artistico risiede nel congelamento della memoria storica di un paese.
Il cretto è una tra le opere d'Arte Contemporanea più estese al mondo ed il suo fascino, per me, va oltre la relazione con l'evento drammatico di cui è la memoria.



preparando Aida

In questi giorni a Firenze stiamo allestendo uno spettacolo di grande richiamo per inaugurare il festival che ogni anno il teatro lirico della città ospita dal 1933, il Maggio Musicale Fiorentino.
Lo spettacolo in questione è l'Aida, un'opera di Giuseppe Verdi il cui allestimento scenico ha la firma del famoso regista cinematografico Ferzan Ozpetek e la direzione del M° Zubin Mehta.
Il festival sarà inaugurato il 28 aprile e avrà come ospiti varie personalità del mondo politico e dello spettacolo, la rai, per l'occasione, ha concesso che  la visione dell'opera venga diffusa nelle sale cinematografiche italiane, europee e americane il 5 maggio prossimo, iniziativa gia intrapresa lo scorso anno con grande successo.
In anteprima vi offro le foto della preparazione scenica, spero vi piacciano.











sabato 23 aprile 2011

peso 0...

… lo specifico del bello. Si allunga il passo e quello si fa alto, minuto, ampio, immenso, fluido istinto, veloce e inaspettato volo sulla grande city, performance ardita, attraverso la quale, io, pubblico e protagonista, mi permetto il lusso di ammirare icone in movimento; installazione viva, interagisco con la leggenda, col sogno, combino mito e vita, coniugo la narrazione con le note, il gesto con lo spazio e il risultato è uno spettacolare collage composto su spartito verticale e orizzontale, una straordinaria presenza visiva del suono.
Non è più semplice visita, diventa in un breve lasso di tempo, dal momento dell'ingresso per tutto il percorso, una esplorazione fisica del mondo rappresentato. La miscela esplosiva che ne deriva è l'alterazione della percezione stravolta e quella che si realizza è un'esperienza extrasensoriale. Alter ego malleabile. Spicca e segna in maniera indelebile l'alterazione del proprio mondo giungendo a fondersi con quello degli artisti all'opera.
In un sol colpo riunite tre grandi figure dell'arte contemporanea internazionale, sperimentatori e pionieri della visione e della sperimentazione sul filo del limite. Di sicuro la sensazione è la connessione con una dimensione alternativa nella quale si accarezza e si stringe lo sviluppo creativo, concentrato ed espresso, in ambientazione nuova e suprema, non più al chiuso, mai più imprigionati e costretti, liberi, evasi, come a generare uno spirito vivificatore, seminale su tetti, edifici, strade.

Io un salto ce lo farei…

Laurie Anderson - musicista e performance artist
Trisha Brown - coreografa
Gordon Matta-Clark - artista visivo
Barbican Art Gallery, London

venerdì 22 aprile 2011

Il Cretto di Burri

Mi accorgo che il messaggio che volevo trasmettere si è nascosto dentro l'evento drammatico che si è verificato nella valle del Belice e che per questo ho ferito la sensibilità di qualcuno.
Mi dispiace e ne chiedo scusa, il mio intento era quello di mostrare che da quell'evento così terribile è nata un'opera di grande valore artistico che ha trasformato il luogo della tragedia in un museo a cielo aperto.
Mi sembra inutile a questo punto approfondire l'argomento perchè si è sciupato il concetto di bellezza che volevo trasmettere e la colpa è solo mia.
Spero che questa immagine possa alleggerire l'atmosfera



non era una macchina sportiva

vi lascio una cosina che potete mettere in loop nel vostro cervello per tutte le vacanze pasquali, così che la bellezza vi accompagni anche durante un eventuale strippacciata di costolette d'agnello e uova di cioccolata ;-)

john mclaughlin ha unito da sempre una tecnica sovrumana a un gusto sopraffino, sia nella composizione che nella tecnica strumentistica. l'immagine del fiore di loto che scende trascinato dalla corrente di un ruscello è evocata per tutto il brano con efficacia da tutti e tre i musicisti, ma particolarmente dalla chitarra di mclaughlin, che raggiunge vette espressive rare. l'apparente contraddizione del voler vedere un fiore di loto in irlanda, laddove fiori di loto non ce ne dovrebbero essere, viene dalle convinzioni filosofico-religiose di john mclaughlin, che nel periodo in cui è stato composto il brano aveva deciso di seguire il guru indiano sri chimnoy - ecco il perché dei vestiti bianchi e dell'aria trasognata (non è per via di sostanze illegali).

enjoy. e buona pasqua.

Lux mea lux

Kristo Kirsten!
Il mio primo post personale su Ladri di bellezza non può che essere dedicato alla cosa più bella che ci sia. Ho sentito qualcuno gridare dalla propria postazione PC: “La fiiiiiiga”. Io sarò più elegante e dirò: “Le donne.” Cosa c’è di più bello di un corpo femminile? Vogliamo mettere con un uomo mediamente stempiato o pelato, barbuto, peloso, massì anche puzzolente? Qualcuno obietterà che al giorno d’oggi ci sono un sacco di uomini più curati di molte donne, ed è anche vero, però chiudiamo un occhio su questo aspetto e torniamo al punto principale.
Qual era il punto?
Mannaggia: me lo sono scordato!
Ah no, il punto sono le donne, la bellezza femminile. Qualcun altro del blog vi parlerà magari di quanto siano sbagliati i canoni odierni di bellezza in tal senso, ma non è su questo che io voglio concentrare la mia attenzione adesso. Quello che mi (e vi) voglio chiedere è: quando una donna può essere considerata davvero bella? Non sto parlando di pulsioni sessuali, quelle possono essere scatenate non necessariamente dal fattore bellezza, ma da altre cose. Ad esempio: le Veline sono belle?
Sì, sono delle smandrappate carine e assolutamente scopabili. E se dico che le Veline sono scopabili non mi si dia del berlusconiano, altrimenti Lui così ha davvero vinto su tutta la linea, perché quando c’è di mezzo il sesso non è una questione di Destra o di Sinistra. Io ad esempio con MaryStar Gelmini, pur non condividendo la sua linea politica, farei volentieri del gran sesso sadomaso. La legherei anche al letto e la lascerei lì, così non potrebbe fare danni al resto del mondo. Na-na-na, come on!
Sento che però sto perdendo l’orientamento (d’altronde non ho mai compreso l’oscuro funzionamento delle bussole), ma cerco comunque di far ritorno al punto principale: le Veline sono davvero belle?
La mia risposta è no. Ma non perché siano troppo magre, o troppo oche, o troppo gnocche, o perché il loro unico talento apparente è quello di saper sculettare sulle note di Tik Tok on the clock but the party don’t stop di Ke$ha.
Il punto è che non mi provocano emozioni. E ho scritto emozioni, non erezioni.

Il mio primo furto di bellezza, e finalmente dopo questa lunga e delirante premessa ci sto arrivando, è quindi Kirsten Dunst. È bionda, è magra, ha un bel fisico, ma non è questo il punto. Non l’ho scelta perché rispetti o meno determinati canoni. Kirsten Dunst è molto più di tutto ciò. Kirsten Dunst è emozione, è struggimento, è poesia, nel suo sguardo c’è sempre un alone di tristezza, di melancholia, di mistero tutto femminile che per me la rende davvero bella. Nel senso più pieno del termine.
Kirsten Dunst nei panni di Lux Lisbon ne Il giardino delle vergini suicide è di certo suicida ma certo anche ben poco vergine. Eppure nel suo essere provocante in quella maniera innocente, con quel piedino fatto sotto la tavola alla presenza dei genitori, lì c’è qualcosa di devastante. Di emozionante. Di bellissimo.
Poi, vabbè, anche un bel paio di tette non guasta.
Però le cose realmente importanti sono altre: tu chiamale se vuoi emozioni. È questa per me la vera bellezza.

la bellezza e la perfezione

Ho piacere di condividere con voi un video che se pure molto datato riesce ad offrire un esempio di arte, bellezza e perfezione.
Il brano musicale è il bellissimo poema sinfonico Prélude à l'après-midi d'un faune di Claude Debussy, uno dei massimi esponenti dell'impressionismo musicale francese.
E' ispirato al poema di Stéphane Mallarmè e narra le fantasie diurne di un fauno che, in un paesaggio bucolico, si diletta a suonare il flauto e ha un incontro amoroso con alcune ninfe.
Di nuovo solo, il fauno riprende la sua melodia e cade in un sonno beato.

Quelle ninfe, io le voglio eternare.
Così chiaro,
il loro incarnato leggero, che volteggia nell'aria
assopita da sogni fronzuti.
Ho amato un sogno?
Il mio dubbio, di antica notte ammasso, termina
in un ramo sottile che, rimasto il vero
bosco medesimo, prova, ahimé! che io solo m'offrivo
per trionfo l'errore ideale delle rose.
Riflettiamo...

L'interprete è il celebre Rudolf Nureyev che è stato considerato uno dei più grandi danzatori del XX secolo, con la sua bellezza, la sua maniacale ricerca della perfezione ha prodotto dei capolavori di interpretazione nel patrimonio mondiale della Danza.
Questo video mi ammalia, spero produca lo stesso effetto anche su di voi.

giovedì 21 aprile 2011

Len Lye: Rainbow Dance (1936) e Free Radicals (1958)

Len Lye (1901-1980) è stato un artista neozelandese conosciuto principalmente per i suoi film sperimentali. I suoi interessi per la pittura in movimento furono influenzati dall'arte maori e da quella delle popolazioni dell'area del Pacifico - presso le quali soggiornò come antropologo sui generis - così come da diverse culture africane.
Negli anni '20 Lye si trasferisce a Londra, dove comincia a fare film mettendo in relazione la pellicola - sulla quale interviene direttamente con ogni strumento possibile, dalle incisioni, al disegno, ai timbri, alla tecnica dello stencyl - con musiche tradizionali 'stranianti' di volta in volta africane, cubane, delle isole dei mari del sud.

Qui vi propongo la visione dei cortometraggi Rainbow Dance (1936), nato come film pubblicitario per le poste britanniche, e Free Radicals (1958-1979). Quest'ultimo, in particolare, per me è un concerto per gli occhi, e una scarica di ritmo nel corpo grazie alla musica africana della popolazione bagirmi.

Buona visione, e buona ascolto!




mercoledì 20 aprile 2011

Si può mangiare la bellezza?

fiore di borragine
Avete cominciato tutti, cari soci di ladrocini, volando alto. Io volerò basso.
Allora, la vista l'udito il tatto e poi l'odorato e il gusto che sono stretti parenti. Mi soffermo proprio su quest'ultimo, donde "Si può mangiare la bellezza?".

E non intendo in senso figurato, di mangiarla con gli occhi, ma in senso proprio, di mangiarla con la bocca.

In questo caso sì. La foto l'ho scattata nel mio orto dopo un'alba rugiadosa. È il fiore di una borragine, pianta a prima vista insignificante come tante altre. E poi invece, queste piante, se le si conosce meglio, ci si accorge che racchiudono ricchezze celate che non aspettano altro di venire alla luce, come in certe persone.

La borragine è bella buona e sana, da mangiare. Andrà a finire nel ripieno dei ravioli, solo erbe, che sono una delle ghiotte specialità della Liguria. La mia terra è bella anche per questo.

[ingrandire la foto con un clic]

È nascosta

C'è una materialità sottesa alla Bellezza per ognuno dei cinque sensi.
Ed è forma, sostanza.
C'è una materialità sottesa alla Bellezza che è varietà.
Ed è colore, sfumatura.
C'è una materialità sottesa alla Bellezza attraverso il tempo.
Ed è prospettiva, immanenza.
C'è una materialità sottesa alla Bellezza che è contrasto.
Ed è nel contrasto, contorno impercettibile di luce, ombra, che la percezione diluisce il reale con il sublime.



[11:23 a.m. 2010, Alexander Harding]

martedì 19 aprile 2011

Bellezza e Libertà

Ho pensato di iniziare questa avventura nel  nuovo blog usando le parole di colui che ritengo un grande e soprattutto libero pensatore. Libero dentro perchè nella vita terrena è in carcere e da un po' non si sa più in che condizioni viva. Non è detto che sia ancora vivo... Quello che andrete a leggere è un estratto da Estetica e Libertà dell'uomo, tesi di laurea di Liu Xiaobo, scritta nel 1988. Un testo che secondo me è più che mai attuale. Come sapete Xiaobo è stato insignito del premio Nobel per la pace lo scorso anno. Decisione che ha suscitato lo "sdegno" del regime comunista cinese. Il premio è stato consegnato ad una sedia vuota ed è un'immagine passata alla storia.


L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene. Questa celebre frase di Rousseau ci ricorda che difficilmente l’umanità si può liberare dal suo tragico destino. Non bisogna credere che io inizi con questa frase tanto per sorprendere. Chiunque desideri realmente ripensare sé stesso, può credere che queste parole indicano soltanto una semplice verità. Tuttavia la paura istintiva dell’uomo la copre, strato dopo strato. Non importa che l’umanità, con chissà quanta intelligenza e abilità, nasconda questa semplice verità. Verrà un momento critico in cui l’intelligenza di qualcuno la svelerà, facendo così sospirare gli studiosi pavidi. Il sistema delle regole oggettive non prende mai in considerazione i desideri soggettivi. L’umanità non ha altra scelta che assecondare questi desideri o reprimerli, a prescindere da quanto essi siano virtuosi. Le regole della fisica hanno da sempre permesso […] che la vita si risolva in un meccanismo soggetto alle inevitabili regole del determinismo della materia inorganica, come una particella del cosmo infinito. Ma in tutto ciò: l’individuo? L’uomo ha l’intelletto, per questo si crede superiore agli animali e ritiene di poter dominare su tutte le cose del mondo. Attraverso il noumeno della metafisica e il dio della religione trascende le consuetudini secolari. Ma le infinite regole, leggi, norme, dogmi e teoremi stabiliti dalla ragione, costringono in maniera evidente l’esistenza a un appiattimento dottrinale, facendo sì che l’uomo sia così limitato dalle sue stesse creazioni da non riuscire nemmeno a muovere un passo. [...]


L’uomo ha creato una società nella quale solo combattendo la natura con tutte le proprie forze ottiene un certo grado di libertà ma, allo stesso tempo, egli è intrappolato da una rete tessuta da privilegi, leggi e morale – tanto da non riuscire più a liberarsi. I privilegi fanno sì che l’uomo sia passivo e servile; le leggi impediscono all’uomo di agire liberamente; la morale assegna all’uomo norme e regole di vita a cui tutti devono aderire. [...] La dialettica inconciliabile tra l’illimitatezza di ogni tipo di speranza e la finitezza propria dell’esistenza, determina infine che l’uomo si trovi spesso in un’eterna delusione, scissione, lotta interiore e, allo stesso tempo, in un’eterna speranza, aspirazione e ricerca. Proprio in questa continua alternanza tra speranza e delusione la vita dell’uomo acquista splendore. Ma allora: che cos’è la speranza dell’uomo? Dov’è? Come si può ottenere? Basta volerlo. Guardando con diffidenza l’universo e la società, i saggi dell’umanità spesso cadono in una delusione pessimista. La filosofia è eccessivamente astratta, la scienza è troppo fredda, la religione troppo oscura. Ma ciò che mi lascia attonito è che inaspettatamente l’umanità ha trovato una fessura, ha creato un istante in cui tutto si può superare e, sebbene essa sia misteriosa e breve, lirica e illusoria, essa svanisce come un sogno senza lasciare traccia. Ma nell’animo di moltissimi talenti, questo fugace momento sarà considerato eterno e illimitato. Questa è l’unica scorciatoia che l’uomo può percorrere per arrivare alla libertà: l’estetica. 

Confucio è il filosofo che più ha tenuto in considerazione le norme, eppure il suo “godere dello studio delle arti” ha come fine ultimo il controllo dei riti sul mondo e la costruzione di un governo benevolo. Per lui un’esperienza estetica è il limite più alto dell’esistenza: «a primavera inoltrata, i vestiti leggeri, con cinque o sei adulti col copricapo e sei o sette ragazzi, vorrei bagnarmi nel fiume Yi, godermi la brezza presso l’altare della pioggia e cantare, prima di tornare indietro» [Dialoghi, 11.25, ndt]. I filosofi taoisti invece si oppongono a ogni norma […]. Proprio una simile attitudine esistenziale ha prodotto la licenziosità dei costumi delle dinastie Wei e Jin [220-420 d.C., ndt] e le arti contemplative tradizionali cinesi come le poesie e le pitture paesaggistiche. L’umanità, risvegliandosi, ha poi scoperto la propria alienazione e, ancor di più, ha riposto sull’estetica la speranza di raggiungere la libertà. […] Nell’esperienza estetica le inclinazioni soggettive possono superare i principi oggettivi; la forza delle emozioni può superare i precetti razionali; il godimento spirituale può superare i desideri materiali; il destino individuale può superare le pressioni sociali. Solo così l’uomo può superare la limitatezza del proprio essere. Ma va ricordato che questo superamento è temporaneo e illusorio, quindi né eterno né reale. In altre parole, l’uomo quando è costretto in una realtà necessariamente limitata, decide di creare a livello illusorio una libertà illimitata. C’è chi ritiene che questa sia la “commedia” dell’umanità. Io ritengo che proprio questa irrisolvibile contrapposizione tra realtà e illusione dia vita al carattere tragico dell’esistenza.

Dopo aver letto questo scritto, provate a pensare che quest'uomo è in carcere per avere espresso delle idee, forse ha subito delle torture come già successo ad altri. Provate a pensare a chi dice che la Cina è un paese libero. Notate un po' di contrasto?
Queste sono parole che suscitano meraviglia. Parole meravigliose. Sappiamo così poco di gente come Xiaobo mentre conosciamo nei minimi dettagli tante cose di personaggi dei quali faremmo volentieri a meno.

La bellezza. I Cento Passi.

Benvenuti!

Accattivante inoltrarsi nei percorsi della Bellezza: essa ci viene incontro, ansiosa di entrare nelle nostre anime.

La respiriamo attraverso le orme del Tempo, lessico della Storia dell'Uomo, del suo pensiero disincantato, ammirato, magico, stupefatto.
Occhi e mani, artefici ed ospiti della sua meraviglia.


<< .... da quella scende giù tutto il resto... >>.

Discende la nostra maniera di percepire il mondo, le sue fattezze mutevoli e polimorfe, il suo incanto estrinsecato in pentagrammi, pennelli, architetture e sillabe, visioni e suggestioni.

Merita rispetto, la Bellezza.
E Peppino Impastato le ha offerto la vita.

ostinato

da ragazzo giocavo a basket. ho vinto raramente (io singolarmente negli uno contro uno, o la squadra improvvisata con cui giocavo), e più per demerito altrui che per un reale merito mio: perché non giocavo per vincere, a me piaceva la bellezza del gesto atletico, l'eleganza dei movimenti. d'accordo, avevo sbagliato sport.

più adulto, dopo aver trovato finalmente un posto che non fosse frequentato dai soliti esaltati, mi sono avvicinato alle arti marziali. di nuovo affascinato dalla bellezza dei gesti, dal rigore e dall'assoluto controllo necessari per il loro compimento, ma stavolta appagato dall'assoluta mancanza di competizione che regnava in palestra.

suonavo, mi è sempre piaciuto suonare, ma in compagnia: perché, come dissi al mio maestro di chitarra, "suonare è come il sesso: lo puoi fare anche da solo, ma ha un nome diverso". ed esattamente come nel sesso, se c'è armonia, se c'è unisono, se c'è unità di intento eh bè... la musica che vien fuori è diversa e si sente. e quando succede, è festa.

bellezza per me è anche e soprattutto trasparenza di intenzione. due occhi azzurri limpidi dietro cui non scorgi ombre e nelle cui acque ti puoi tuffare nudo e disarmato. bellezza è scoprire di essere sempre stati giovani, bellezza è mio figlio che non ha paura di aggredirmi per gioco, bellezza è mia figlia che viene a svegliarmi con un bacio.

bellezza è l'arte del togliere del divino miles davis, ma anche le ardite e sottili costruzioni armoniche di towner e abercrombie, come pure l'impatto sonoro dei king crimson di fripp, cross, wetton e bruford.

e io voglio tenere gli occhi aperti sulla bellezza, ignorando il resto. voglio credere che sia possibile.

Il mio primo bottino


L'affare che mi aveva proposto Minerva mi era sembrato subito interessante ma pensare di entrare a far parte di una banda ben organizzata mi rendeva un po' scettica.
Mi disturbava il pensiero di avere scadenze fisse e conoscendo il mio bisogno di autonomia ho voluto mettere delle condizioni alla mia affiliazione.

Intanto il gruppo pilota della banda si dava un gran da fare per costruire la nostra sede e organizzare l'impianto operativo.
Le mail giravano numerose e affollavano la mia casella di posta ma le proposte entusiastiche che arrivavano invece di coinvolgermi mi scoraggiavano.
Per un po' ho pensato di rinunciare ma il capo della banda mi ha rassicurato dicendomi che non era necessario che partecipassi alla struttura di base, così ho deciso di aspettare.

Finalmente il blog era ultimato e qualcuno ha proposto di incontrarci su skype per brindare all'avvenimento e così è stato.
Quella sera all'ora fatidica eravamo tutti, ops... quasi tutti collegati e ho subito notato che i miei complici sono dotati di grande ironia e prontezza di spirito e questo mi fa ben sperare in un bottino opulento tutte le settimane.

La banda era pronta a partire, si sentiva l'eccitazione e l'ansia di cominciare e così ognuno ha avuto il compito di realizzare un colpo individuale entro martedì che sarebbe stato il giorno del varo.
Sembra facile, mi sono detta, ecco la prima scadenza vedrai che non mi verrà niente in mente ma poi ho capito che ciò faceva parte del rituale dell'affiliazione e ho cominciato a far lavorare le mie celluline grigie.

L'occasione mi è venuta quasi subito perché venerdì scorso dovevo recarmi ad Orvieto per eseguire un concerto nell'ambito delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia sotto la benevolenza del governo italiano testimoniata da una lettera autografata di Gianni Letta, il ricavato della serata è stato devoluto all'Unicef per i bambini giapponesi rimasti orfani dopo lo tsunami dell'11 marzo scorso.
Il concerto si è tenuto nel Duomo, ripreso da rai 1 e sarà trasmesso in mondo visione nei prossimi giorni.

Io c'ero già stata ad Orvieto e mi ricordavo bene del Duomo e della sua bellezza per cui armata di macchina fotografica digitale, mi sono modernizzata anch'io, ho deciso di catturare un pezzetto della sua bellezza.
Siamo arrivati che era giorno ma sebbene piovigginasse, quando mai non piove in Umbria, ho fatto numerosi scatti per cercare il pezzettino da inserire nel bottino della banda.
In realtà tutta la serata è stata molto intensa e grondante di bellezza, in primo luogo il Duomo al suo interno, le pareti della navata centrale e i suoi pilastri sono caratterizzati dall’alternanza di fasce di basalto e travertino di matrice senese che un gioco di luci, per l'occasione, li illuminavano dal basso verso l'alto e cambiavano colore man mano che la Messa di Requiem di Giuseppe Verdi prendeva corpo nello spazio e si elevava verso il cielo.

L'esecuzione è stata magica e se qualcuno di voi si sentirà incuriosito abbastanza per inoltrarsi nell'ascolto e nella visione di quanto ho appena descritto potrà deliziarsi venerdì 22 aprile alle ore 23,40.
Mamma rai da fedele suddita delle direttive politiche destina le trasmissioni culturali in una fascia notturna che è purtroppo preclusa a molti.

Ho finito il concerto e a parte una soddisfazione personale per il lavoro appena compiuto, di ritorno a casa pensavo continuamente al pezzettino di bellezza che ho rubato e che avrei condiviso con i miei nuovi amici.
Fatico a pensare a me come una ladra anche se il mio bottino è la bellezza e mi sento forse più una postina ma questo non conta.

Ecco qui il mio furto

Il rosone della facciata è costituito da un'armatura di colonnine e capitelli, membrature e motivi ornamentali ogivi disposti in doppio giro attorno alla testa del Redentore, che ne rappresenta il centro.
Opera eseguita tra il 1354 e il 1380 e tradizionalmente attribuita al fiorentino Andrea di Cione, detto l'Orcagna, ma forse iniziata da Andrea Pisano (1347-1348), la rosa è iscritta in due cornici quadrate, di cui l'esterna è suddivisa in formelle quadrilobe contenenti cinquantadue testine a rilievo.
Gli angoli compresi tra il cerchio e il primo riquadro sono ornati da mosaici, eseguiti da Piero di Puccio nel 1388 e molto restaurati raffiguranti i quattro Dottori della Chiesa (S. Agostino, S. Gregorio Magno, S. Girolamo, S. Ambrogio).
A contornare il rosone, sempre nel '300, furono realizzate sei nicchie binate per lato, opera di Petruccio di Benedetto da Orvieto (1372-88), all'interno delle quali furono inserite le statue di marmo dei Dodici Profeti.
Più tardo è l'ordine di edicole a forma di conchiglia, compreso tra l'occhio ed il frontespizio; tale soluzione, realizzata da Antonio Federighi tra il 1451 e 1455, elevando la cuspide centrale, ha eliminato lo squilibrio tra l'altezza delle tre sezioni della fronte, dando alla stessa una maggiore verticalità.
Le statue in travertino delle nicchie abbinate rappresentano i dodici Apostoli e sono opere di artisti cinquecenteschi. 


video
                         yuuuuuuuhhh!!!!
sono riuscita a caricare il mio video però la base musicale è rubata da youtube
 

Ho rubato...

...il primo giorno di primavera, in un turbine di vento fresco, colore nuovo, odore recente, canzone tenera. Il mondo si è fatto piccolo, per ricominciare a crescere.  (Juan Ramón Jiménez)

...una nota di Chopin,  che incominciava a farsi sentire leggerissima e poi cresceva, cresceva, cresceva, così che la melodia passava in seconda linea e invece ingrossava questa nota, sempre quella, sempre quella - proprio "mono-tono" -, sempre quella; e poi passava in secondo piano e poi ripassava in primo piano. E quando uno incomincia ad accorgersi di quella nota, capisce che il tema del pezzo è quella nota e non la melodia, e quella nota diventa come una fissazione. (...) E io ho capito improvvisamente, sentendo questo preludio di Chopin - dopo averlo sentito cento volte -, che questo è il senso della vita: il senso della vita è come quella nota, sempre quello, uniforme. Tutto il colore, tutta la varietà della vita è nell'apparenza; ma, pur essendo la varietà della vita, il colorito della vita, tutto nell'apparenza, non è quello il tema della vita. Quello che l'uomo vuole non è quello, quello che l'uomo aspetta non è quello: è piuttosto quella fissazione lì, che è il desiderio di felicità, il desiderio della felicità. Quella nota li è nella melodia ciò che nell'uomo è il desiderio della felicità, l'esigenza del cuore, vale a dire il punto di fuga. (Don Giussani)

...i colori di una tela,  blu, verde-violetto, verde e bianco, bianco, verde e bianco-rosa, come li aveva descritti Van Gogh in una lettera a suo fratello Theo spiegando che "il Mediterraneo ha lo stesso colore degli sgombri, vale a dire mutevole, non sempre si sa bene se è verde o violetto, non sempre si sa se c'è del bleu, perché a secondo del riflesso mutevole prende una tinta rosa o grigia". E in effetti, ogni volta che lo sguardo si spostava da un'onda alla spuma, dal cielo al mare, perdevo i colori e ne trovavo altri,  il verde diventava blu, allora ho provato a sfiorare l'azzurro ma si è stemperato nelle mani ed è fuggito impaziente di tuffarsi negli abissi per tornare su carico di nuove tonalità! E mentre i colori giocavano con me, lo sguardo si è soffermato sulle barche verdi, rosse, blu, così graziose che facevano pensare ai fiori. "Ci sta solo un uomo su queste barche, e non si riesce a pensarle in alto mare. Se la filano quando non c'è vento e tornano a terra se ce n'è un po' troppo".

...un ricordo perduto, sono discesa nella mia memoria e dalle vertigini di quell'abisso che pareva senza fondo, ho liberato quel ricordo, l'ho spogliato di ogni inutilità, di parole eccessive, di significati allargati, e l'ho affidato alla notte. Mentre lo seguivo nelle strade, nelle gocce, nel riflesso della luna, brillava come una moneta sotto la pioggia, probabilmente perché non lo avevo mai guardato se non, forse, in un sogno.

...l'orizzonte, quella linea che perde il confine, dove il cielo diventa mare e il mare cielo, acqua fusa d' un colore indefinibile d'azzurroverdeargento. Ne ho visti tanti, orizzonti, ma nessuno è come quello sul mio mare, una linea che incorpora lo sguardo. Quella mattina la tramontana aveva spazzato via ogni traccia di foschia, e nell'aria tersa e trasparente si disegnavano le montagne dell'Albania, ancora piene di neve, e sembrava una magia, che fossero comparse laggiù, dove c'è sempre il mare! Sapere che quelle montagne ci sono, anche quando non si riescono a vedere, è un invito a guardare oltre. C'è sempre un oltre, dopo l'orizzonte.

... la tovaglia del cielo,  e le stelle sono rimaste lassù ad aspettare il mattino dondolando su un alito di vento.

...i versi di una poetessa,
          .
          La vita - è il solo modo
          per coprirsi di foglie,
          prendere fiato sulla sabbia,
          sollevarsi sulle ali;
          .
          Un'occasione eccezionale
          per ricordare per un attimo
          di che si è parlato
          a luce spenta;
          .
          e almeno per una volta
          inciampare in una pietra,
          bagnarsi in qualche pioggia,
          perdere le chiavi tra l'erba;
          e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
          .
          e persistere nel non sapere
         
qualcosa d'importante. *










Confesso,
sono una ladra
di bellezza.






(ps. e poi ho rubato anche un paio di orecchini quando ero una ragazzina, in quel vecchio bazar in riva al mare, ma non mi pare una cosa tanto bella:)



* "Un appunto" di Wislawa Szymborska
versione integrale e originale QUI
Immagine: Maya Kokocinski Molero, Mendicante di bellezza

Streets Against the War

Buongiorno a tutta la banda, e benvenuti tutti voi che godrete dei nostri furti :-)
Fatevi un giro nel nostro covo, che d'ora in poi arricchiremo di inestimabili tesori per il piacere dei nostri/vostri sensi e della nostra/vostra mente.
E non siate timidi: guardatevi in giro, parlatene, scriveteci commenti e proposte!

Bando alle ciance, qui subito il mio primo furto - anche a illustrazione generale del modo in cui io parteciperò a questo blog.

Sokak Savaşa Karşı [Streets Against the War, ovvero "strade contro la guerra"] è il nome di un gruppo di artisti turchi che si sono presentati recentemente nelle strade di quattro città della Turchia (Diyarbakir, Mardin, Istanbul, Ankara) con un progetto dal titolo omonimo contro terrorismo e guerre.
Tale progetto ha previsto una prima fase consistente nel ritagliare in pagine di riviste e quotidiani sagome di miliziani e terroristi - ben riconoscibili come tali - per poi incollarle su 294 muri delle città indicate; quindi una seconda fase in cui tali pagine appese al muro sono state fotografate per poi venire montate secondo la tecnica del flip book.

Il risultato è il seguente video. Buona visione :-)



Sokak Savaşa Karşı | Streets Against The War from sokak savasakarsi on Vimeo.